I Sanapurcelli. Gli zingari. I calderai. L’arrotino.

Francavilla nei ricordi di Antonio De Minco –

“I Sanapurcelli. Gli zingari. I calderai. L’arrotino. La permuta di lana vecchia, indumenti di cotone con oggetti di cucina”.

  

Timpone di Aliano
Timpone di Aliano

Abbiamo scritto precedentemente “du puorche” (del maiale) e quindi non possiamo non ricordare insieme al nostro De Minco un personaggio collegato all’allevamento del maiale, caratteristico e atteso, che all’epoca giusta si portava per le contrade, per le fiere e per le strade del paese gridando “u sanapurcelle”, il castrino di maiali.

Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” fa una descrizione manzoniana del sanapurcelle.   …”udii squillare la tromba del banditore e rullare il tamburo; la strana voce del becchino ripetere, davanti a  tutte le case, con la sua unica nota alta e strascinata, il suo appello: “Donne, è arrivato il sanapurcelle!… “In mezzo al Timbone stava ritto un uomo alto quasi due metri, e robusto, col viso acceso, I capelli rossi, gli occhi azzurri e dei gran baffi spioventi, che lo facevano assomigliare a un barbaro antico, a un Vercingetoringe, capitato per caso in questi paesi di uomini neri. Era il sanapurcelle. Sanare le porcelle significava castrarle, quelle che  non si tengono per far razza, perché ingrassino meglio, e abbiano carni più delicate.

Questo rito è dunque eseguito dai sanaporcelle, mezzi sacerdoti e mezzi chirurghi. Ce ne sono pochissimi: è un’arte rara, che si tramanda di padre in figlio”.

A Francavilla veniva un sanaporcelle di Manco di Basso frazione di Episcopia (Potenza). Era un uomo alto e magro che indossava sempre un vestito di velluto nero con il panciotto e d’inverno si ravvolgeva in un mantello a ruota e si copriva il capo anche con un cappello nero. Anche lui aveva un’aria di uomo misterioso dotato di calma eccezionale e sicuramente di grande bravura. Questa arte rara oggi la continua il figlio con altrettanta competenza. I calderai, l’arrotino, le persone che permutavano la lana vecchia indumenti di cotone con oggetti di cucina non vanno più in giro per in paese. Ogni tanto si rivede l’arrotino, non più con un carretto, ma con l’automobile. Invece gli indumenti di lana, cotone e fibre sintetiche si buttano nei rifiuti o si consegnano alle varie Associazioni per il riuso. De Minco non menziona, però, ne’  “U capillare”, quella persona che ritirava I capelli offrendo alle mamme giocattoli per I loro figlioletti e ne’  “U tartarere”, che comprava le incrostazioni che si formano nelle botti del vino durante la conservazione dello stesso, il tartaro. Esso costituiva una delle materie prime dell’industria dell’acido tartarico e dei suoi sali (il famoso cremor tartaro usato per lievitare I dolci),

Certamente in quel contesto sociale ed economico non esisteva il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani! Tutto si riciclava e riutilizzava.

Antonio Fortunato

 

 

Francavilla nei ricordi di Antonio De Minco –

“I Sanapurcelli. Gli zingari. I calderai. L’arrotino. La permuta di lana vecchia, indumenti di cotone con oggetti di cucina”.

 sanaporcelliPoiché l’economia del paese era prevalentemente agricola, con leive scambio commerciale e scarsità di industrie, il baratto predominava e l’arte dell’arrangiarsi regnava sovrana.

La singola famiglia coltivava l’orticello, dal quale ricavava la verdura; coltivava o faceva coltivare il terreno a grano, ma con scarso risultato; diventava allevatrice di bestiame, dal quale poteva ricavare del latte e della carne e poter proseguire nella sopravvivenza.

Pertanto nella stagione invernale, dopo lnghi mesi di cure per l’allevamento, quella famiglia macellava un maiale, il cui peso andava sempre oltre il quintale, e en ricavava salame, lardo, sugna e… . Poche altre famiglie erano dedite alla riproduzione di quegli animali. Un giorno della settimana, il lunedì, nei mesi autunnali veniva effettuato il mercato, dove si poteva acquistare un maialetto da crescere direttamente con le proprie cure. Allo scopo di ottenere uno sviluppo maggiore, quei porcellini venivano sottoposti all’evirazione.

Così, spesso, si notava per le strade del paese, un uomo, che dietro compenso, e gridando “u sanapurciell”, effettuava quell’operazione. Egli con un affilatissimo coltello, produceva un’apertura nel basso ventre e dopo aver asportato i testicoli, ricuciva quella ferita lacero con filo di canapa e “zaccorale”, cospargendola infine con “sublimato”.

0553 - ECHOSVerso la primavera immigravano poi gli zingari. Uomini e donne girovaghi, apolidi che si dedicavano gli uni al mestiere di stagnino con improvvisate fucine, soffietti per alimentare il fuoco e piccole incudini; le altre, alla elttura della mano e qualche volta all’attività cleptomane. Gli arrotini e gli ombrellai, che completavano quelle attività secondarie o di arrangiamento, pur se le esigenze lo richiedevano perché un ombrello o coltelli o forbici dovevano esaurirsi e poi gettati via, non mancavano mai in quella costellazione di attività, che diluivano nel tempo, l’adorata di quegli strumenti o utensili.

La vita si esplicava con svolgimento e processo di utilizzazione di tutte le forze. La creatività permeava l’esistenza, generava inventiva, consentiva il vivere di uomini, che ristretti nel loro spazio vitale, volevano e dovevano sopravvivere alla miseria. Ogni attività si coniugava al bisogno; l’intelligenza plasmava la sorte, mentre l’ottimismo della volontà vigilava costantemente nelle inter relazioni da non consentire la morte di quel gruppo.

Come ho avuto modo di segnalare, la circolazione monetaria tintinnante, era carente. Accadeva che altri forestieri, di tanto in tanto, portavano utensili e minuterie domestiche, da altri centri urbani, che barattavano con la raccolta di vecchi capi di vestiario di stoffa e lana. Le casalinghe intente alle faccende di casa, nell’udire la voce sonante e stentorea di quel caratteristico venditore, si accingevano alle porte d’ingresso per contattare e contrattare lo scambio tra le due merci. Osservare una trattativa era un vero spettacolo di interazione di intelligenze.

Ognuno metteva in gioco la sottile arte edonistica, per realizzare il maggior profitto. È proprio vero che la necessità fa creare!

Antonio De Minco 

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