Francavilla nei ricordi di A. De Minco “Il linguaggio. Il dialetto”.

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Antonio Fortunato

Antonio Fortunato

Questo giornale pubblica anche articoli scritti nel dialetto francavillese e altri contenenti qualche parola dialettale.

Da qui ho potuto notare, facendo il confronto con il nostro dizionario dialettale, che a  volte  i termini  Dizionario non  sono riportati correttamente.

Come già ho  avuto modo di dire, il nostro dizionario, curato dall’ avvocato Luigi  Viceconte, è un’opera di grande valore per la nostra identità di francavillesi nella cui presentazione Vittorio Sgarbi scrive: “Mai le parole pronunciate a Francavilla nel corso dei secoli hanno trovato una considerazione e una riflessione più  accurata, che sembra averle cristallizzate sulla pagina”. Quindi, essendo il primo e l’unico dizionario a disposizione, mi permetto sommessamente di invitare gli amici che si cimentano a scrivere nel nostro dialetto di consultare questo grandioso lavoro. Non solo. Esso potrebbe essere adottato anche  nelle Scuole locali per un lavoro multidisciplinare giacchè  riporta etimologie, proverbi, modi di dire, wellerismi, canti, curiosità, favole, indovinelli, notizie, immagini che raccontano la storia.

 

Prefazione di Antonio Fortunato

 

 

 

Dal libro Francavilla sul Sinni di Antonio De Minco:

Il linguaggio il dialetto

Diceva il grande scrittore-filosofo-matematico Russel, che “il linguaggio è l’effetto di una profonda sofferenza”. In parole semplici: noi parliamo perché alla base c’è un bisogno di comunicare. Certamente non è immaginabile l’esistenza di un popolo, senza che questo possa comunicare. Perché il processo di vitalità si compia è necessario che i suoi membri collaborino, comunichino, parlino, esternino i loro pensieri ed i loro sentimenti. Il linguaggio, indubbiamente, è un dono eccezionale che il Buon Dio ha elargito agli uomini. Immaginiamo quella famiglia, la cui madre, raccogliendo intorno a se la propria prole, racconta loro delle meravigliose novelle. Pensare al linguaggio attraverso la penetrazione del pensiero, la ricchezza della cultura, i modelli che si riproducono, la successione e la memoria raccontata da altre generazioni, il conseguimento del miglior comportamento, la socializzazione, l’educazione, lo stile di vita, la comprensione dei popoli e le loro interrelazioni… .

Riandare con la memoria, per quando naturalmente ci è possibile e comprendere come può essere nata l’esigenza della parola, la sua modulazione e l’insieme di esse per formare una lingua e da questo pervenire poi, al discorso, è come avventurarsi in uno spazio sconfinato irto e ricco di sorprese inimmaginabili. Comunque sia nato e chiunque abbia posta la prima pietra lasciamo che gli esperti, i ricercatori ci diranno o già avranno formulato ipotesi, come ciò sia potuto accadere. A tutti livelli, i gruppi sociali ormai comunicano tra di loro.

E questo è l’importante.

Il dialetto, come forma propria di una zona o regione del territorio nazionale, contrapposto alla lingua ufficiale, è manifestazione abitudinaria e rituale, che si apprende dai primi giorni dell’esistenza e che consente poi, di manifestare più compiutamente il proprio pensiero, frutto innegabile della mente e dell’ambiente circostante, che ne ha consentito lo sviluppo e l’organicità.

Esprimere un desiderio, un bisogno, un concetto nel proprio dialetto è come se si aggiungessero tutte le più minute e perfette componenti a meglio comunicare, assieme alle intercalazioni e le inflessioni, che essendo penetrate nel profondo dell’essere e divenute corpo ed animo (famigliari), ne rendono il discorso più intimo, più comprensibile.

Quante volte ascoltando un oratore che, pur competente in materia, di cui tratta, padroneggia la lingua ufficiale, ma non riesce ad instaurare quel feeling necessario e sufficiente che consente la totale comprensione dei concetti ed il contenuto di tutto il discorso, ma ingenera invece, confusione negli ascoltatori e disorientamento nel significato dei simboli.

Questo logicamente, non accade quando il pensiero viene espresso nel proprio dialetto. La sua agilità consente di esprimere più compiutamente il contenuto delle idee, i cui meccanismi, operanti dall’infanzia, hanno creato quelle immagini e tradotti il significato dei segni più aderenti e rispondenti alla realtà comune.

Anche empaticamente, la comunicazione in tutte quelle zone in cui si parla il dialetto, assume forma e validità profonde.

Così nel nostro piccolo centro, si faceva molto uso del dialetto con le sue particolari prerogative di inflessione, ritmo e tonalità, che ci consentiva una perfetta comunicazione e comprensione, sì da soddisfare tutti i bisogni di coesistenza e rapporti con gli altri. Il canto, le nenie per coccolare i bambini, le preghiere cantate verso i Santi, l’espressione di saluto, il commiato dal defunto erano e sono i particolari momenti in cui ci si può rendere conto quanto l’espressione dialettale arrivi a pervadere l’animo ed esprime quello che l’uomo sente.

Certamente quell’abitudine a parlare il dialetto costituiva un ostacolo, per acquisire dimestichezza con la lingua ufficiale.

Si poteva verificare, perciò, che esplicitare un pensiero in lingua ufficiale si incontravano delle grosse difficoltà. Il malcapitato, in quei casi, veniva esposto a scherni triviali ed esposto come una bandiera sulla quale ognuno, tra “i cultori” poteva attaccare la sua medaglia di riprovazione

 

 

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