Tutti uniti per un servizio fraterno e solidale


Tengono banco in questo momento politico effervescente conflitti molto animati, tensioni, fibrillazioni. Permangono delegittimazioni dell’avversario politico.

Le divisioni messe in campo appaiono più antropologiche che politiche. Ed è evidente che, mentre in un contesto normale, da posizioni politiche diverse, anche significativamente diverse, si può trovare una mediazione, questa diventa impossibile se l’ avversario viene considerato comunque indegno di governare e la sua esistenza è ritenuta un male per il Paese.

La delegittimazione, a questo punto, diventa l’unico modo che ciascuna forza politica sa usare per tenere insieme il proprio elettorato. Il risultato? Il Paese è fermo in attesa che qualcuno o qualcosa risolva l’anomalia italiana. La crisi si aggrava e gli italiani si allontanano sempre più dalla politica.

In questo brutto clima (politica ridotta a scontri, a urla) gran parte dei nostri giovani intristisce nella ricerca spasmodica di un’occupazione. E qui si situa la tragedia di Michele, giovane senza lavoro che prima di suicidarsi aveva scritto: “io non ho tradito, io mi sento tradito da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare”.

Suddetta tragedia non può non scuoterci, non può non farci riflettere. Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica, obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani.

Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li “condanniamo” a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse.

don camillo Perrone

Il tema del lavoro costituisce una delle emergenze dei nostri giorni, di fronte alla quale la Chiesa vorrebbe richiamare qui i principi di solidarietà, che devono essere alla base di ogni convivenza.

Talvolta la politica appare troppo distante, quasi, usando parole di Papa Francesco, in un mondo “autoreferenziale”. Al contrario deve saper cogliere le esigenze della gente concreta e deve saper dare delle risposte in modo tale che la gente torni a vivere e a sperare.

L’Italia non sprechi il talento dei giovani: il lavoro quindi sia espressione di dignità e torni a essere un luogo umanizzante. Occorre aiutare i nostri giovani a ritrovare, nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Se li costringiamo a lasciare l’Italia è una patologia, cui bisogna porre rimedio. I giovani che decidono di farlo meritano, sempre, rispetto e sostegno.

E quando non si può riportare nel nostro Paese l’esperienza maturata all’estero viene impoverita l’intera società.

Sembra che niente sia più attuale e interessante che la malinconica eclisse dei partiti, divisi fra loro e dentro ognuno di loro, mentre è in continuo aumento il malessere sociale.

In pratica combattere la disoccupazione e, con essa, la povertà di tante famiglie è un obiettivo da perseguire con decisione. Questo è il primo orizzonte del bene comune, far crescere la coesione del nostro Paese, vuol dire renderlo più forte. Diseguaglianze, marginalità, insicurezza di alcuni luoghi minano le stesse possibilità di sviluppo, le difficoltà, le sofferenze di tante persone vanno ascoltate, e condivise. Vi sono domande sociali, vecchie e nuove, decisive per la vita di tante persone. Riguardano le lunghe liste di attesa e le difficoltà di curare le malattie, anche quelle rare, l’assistenza in famiglia agli anziani non autosufficienti, il sostegno ai disabili, le carenze dei servizi pubblici di trasporto. Non ci devono essere cittadini di serie B.

L’Italia – ripetiamo – non può continuare a sprecare l’intelligenza, il talento e la creatività dei suoi giovani, che emigrano nella speranza di essere accolti altrove. Occorre creare per loro spazi di sperimentazione, dove lasciare libera espressione alla creatività e all’intraprendenza: ci sono tanti piccoli, ma significativi segnali che mostrano quanto la collaborazione, la partecipazione e la solidarietà possano essere gli ingredienti di base per ricette imprenditoriali nuove, esperienze che rompono con la “globalizzazione del paradigma tecnocratico”.

La Chiesa in Basilicata, da parte sua, si impegna a promuovere sempre di più il Progetto Policoro come virtuoso modello di orientamento al lavoro e, attraverso la professionalità di laici battezzati competenti a organizzare un osservatorio permanente come modello virtuoso d’orientamento, un osservatorio che aiuti i giovani nella progettazione .

L’esperienza del Progetto Policoro è prova reale e concreta delle possibilità che si schiudono ai nostri territori quando si sanno mettere all’opera.

La Chiesa con il Progetto Policoro, sta dando un segno di speranza a molti giovani, a cui è stato offerto sostegno e aiuto. Speriamo che la politica orienti meglio le risorse alla creazione d’impresa, al sostegno economico alle strat up e che snellisca la burocrazia.

In conclusione non si possono validamente affrontare e risolvere i problemi socio-economici e soprattutto quelli occupazionali, se non insieme, con una visione organica, articolata dei compiti concernenti le comunità ecclesiali, lo Stato, gli enti locali, l’iniziativa libera di persone e di gruppi, con l’assunzione concreta delle rispettive responsabilità con l’esercizio del diritto-dovere della partecipazione, sia a livello di programmazione che di esecuzione.

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