Amatucci replica a Cupparo sull’emergenza coronavirus.

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Con un articolo pubblicato sulla Siritide del 23.3.2020, l’Assessore Regionale Franco Cupparo risponde ad un mio articolo dal titolo “La vera grande lezione del coronavirus: rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e potenziare i presidi sanitari nelle aree interne”, pubblicato su alcune testate locali.

Antonio Amatucci

La mia riflessione, che mi sono sforzato di rendere serena e costruttiva è un contributo culturale, prima che politico, ad un argomento molto avvertito dalla opinione pubblica nazionale e dalle popolazioni locali, in un momento di grande difficoltà del sistema sanitario nazionale e dei sistemi sanitari regionali, insufficienti a dare risposte ad una emergenza, che segnerà un’epoca storica nel campo sanitario, politico ed economico-sociale.

A tutti resteranno impresse, in maniera indelebile, le immagini di sofferenze e di lutti,diffuse dagli organi di stampa, che rappresentano lo stato di difficoltà che vive la sanità pubblica, (nonostante l’eroica ed indefessa azione dei medici e di tutti gli operatori sanitari), depotenziata nel tempo dai trasferimenti statali, una parte dei quali trasferiti alla sanità privata. Da ciò, pertanto, la necessità di rafforzare il Sistema Sanitario Nazionale, solidaristico ed universale, che è l’unico in grado di garantire il rispetto del diritto costituzionale alla salute, senza distinzione di classi sociali e senza oneri a carico, riequilibrando sulla spesa standard e non su quella storica i trasferimenti statali, oggi fortemente sperequati a danno del Sud.

Ma l’emergenza coronavirus, che ha travalicato i confini regionali, sta mettendo a nudo i limiti delle organizzazioni dei sistemi regionali, in particolare i limiti della riforma del sistema regionale di Basilicata, disegnata dalla L.R n. 2/2017, che con il suo disegno centralizzatore della sanità lucana, ha fortemente penalizzato la sanità nei territori delle aree interne, depotenziando le strutture periferiche, oggi insufficienti ad affrontare l’emergenza, per carenza di operatori e di attrezzature sanitarie.

Da ciò la richiesta di un riequilibrio tra le varie aree territoriali della regione, con il potenziamento delle strutture sanitarie esistenti, in particolare nell’area Sud della Basilicata, depauperata e depotenziata dalla riforma, che avrebbe più delle altre difficoltà a dare risposte alla popolazione.

Ospedale Chiaromonte

La vicenda del coronavirus e la necessità di organizzare una risposta efficiente impone il recupero di tutte le potenzialità dell’area, compresa la struttura dell’Ospedale di Chiaromonte, dove possono essere recuperati oltre 50 posti letto, che in una strategia complessiva disegnata dalla regione possono essere utilizzati per dare una risposta organizzativa e funzionale all’emergenza.

Mi sarei aspettato una risposta dell’Assessore Regionale alla Sanità Leone, del quale ho approfondito l’intervista rilasciata alla Nuova e riportata a pag. 2 del 18 marzo, con un’idea chiara, non ondivaga, della soluzione al problema rappresentato, che avesse tranquillizzato le popolazioni di questo territorio, in un momento di comprensibile trepidazione, disegnando una strategia di risposta ad una eventuale emergenza. In sua vece ha risposto l’Assessore alle Attività Produttive.

L’Assessore Regionale alle Attività Produttive Cupparo, dando una forzata interpretazione a quanto da me rappresentato nell’articolo, stigmatizza un superficiale approfondimento della materia, manifesta la sua idea secondo cui l’Ospedale di Chiaromonte “non deve rinunciare alle attività e prestazioni che svolge, in particolare come centro di eccellenza per le malattie legate all’alimentazione e non solo” ed, infine fa paventare la richiesta di creare a Chiaromonte un “lazzaretto”, proposta che implicitamente mi attribuisce.

Vorrei invitare l’Assessore Cupparo a rileggere l’articolo con serenità ed onestà intellettuale, riportandosi alle testuali parole scritte, senza aggiungerne altre e senza forzarne le finalità e lo spirito, che rimane quello di sollecitare la soluzione al problema, che potrebbe appalesarsi anche in questo territorio.

Intanto c’è da precisare che l’Ospedale di Chiaromonte non ha niente a che vedere con il Centro D.C.A (Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare), in quanto quest’ultimo è una struttura residenziale extra ospedaliera, gestita dall’Azienda Sanitaria di Potenza attraverso una convenzione con La Stella Maris, sia pure utilizzando la struttura dell’ex Ospedale e fornendo personale dipendente dall’Azienda.

Chiaromonte CDA “Giovanni Gioia”

Ritenere erroneamente che l’Ospedale svolga le funzioni di “centro di eccellenza per le malattie legate all’alimentazione” è un errore macroscopico, soprattutto dal punto di vista politico, perché la richiesta del potenziamento dell’Ospedale di Chiaromonte deve prescindere dal Centro, che è una struttura residenziale extra ospedaliera e che non può essere considerata una sorta di compensazione al depotenziamento delle funzioni di ospedale distrettuale della struttura ospedaliera.

In ogni caso nessuno ha messo in discussione il Centro C.D.A.

Ma nell’articolo, di cui si discute, nessuno ha chiesto la riconversione o l’utilizzazione dell’Ospedale di Chiaromonte in Covid Hospital, neanche in questa fase emergenziale; mi sono, invece battuto da anni perché l’Ospedale di Chiaromonte venga riconosciuto come Ospedale di Area Disagiata, ai sensi e con gli effetti del D.M 70/2015, contestando fortemente la L.R n. 2/2017 dettante il “Riordino del Sistema Sanitario Regionale,, idea alla quale, a legislazione nazionale invariata, resto fortemente ancorato. Aspetto, invece con ansia che il Consiglio Regionale proponga l’annunciata Contro-Riforma Sanitaria, per verificare quali iniziative si intendono realmente assumere per riqualificare la struttura ospedaliera in questo territorio.

Da tempo chiedo, insieme al Comitato “La nostra voce”, un riequilibrio sanitario di questo territorio ad altri territori regionali, con il riconoscimento di pari dignità con altre realtà regionali, invocando un cambiamento di strategia da parte dei governi regionali che si sono succeduti.

Di fronte all’emergenza del coronavirus che viviamo ed alle decisioni che il governo regionale deve assumere, in assenza, ad oggi, di chiara assunzione di iniziative a tutela anche di quest’area, ho offerto un elemento di valutazione costituito dal recupero di oltre 50 posti anche nell’Ospedale di Chiaromonte, da utilizzare in un disegno complessivo di programmazione delle azioni per l’emergenza. Non ho scritto che quei posti devono essere destinati a Covid, ma per la soluzione di un’emergenza alla quale dobbiamo essere preparati, penso per esempio, tramite accordi interaziendali, all’utilizzazione temporanea di quei posti per il trasferimento di reparti da altri ospedali, ove dovrebbe essere potenziata la rianimazione già esistente, (come viene fatto a nord in questa fase), insomma una disponibilità in più per mettere in campo una strategia complessiva che tuteli anche questo territorio.

I respiratori presenti in tutto il territorio dell’area sud, infatti, potrebbero essere insufficienti a dare una risposta efficiente.

Nessuno ha chiesto “lazzaretti”, parola squallida, che ricorda tempi e vicende tristi, il cui utilizzo andrebbe giustificato ai cittadini dei territori in cui la Regione ritiene di realizzare Covid Hospital.

Non spetta al cittadino comune assumere la decisione, che invece sono in capo a chi ha avuto l’investitura popolare; in ogni caso questo territorio chiede garanzie, proprio per la sua debolezza sanitaria, in un momento delicato, contro un nemico che ci sta accerchiando. Non si possono lasciare varchi a sud, pensando che il nemico attacchi solo a nord, in guerra questo sarebbe un errore strategico gravissimo.

D’altronde non è tempo di enunciati, ma di azioni e decisioni veloci, perché il compito della politica è dare risposte, soprattutto in fasi difficili e complesse.

Nessuno può ritenersi leso dalle riflessioni che il cittadino manifesta, soprattutto se lo spirito è sereno e costruttivo.

All’Assessore Cupparo, in futuro, consiglierei una lettura più attenta ed ermeneutica delle riflessioni altrui, sulla base di ciò che effettivamente viene scritto e non su quello che si intende artatamente attribuire.

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