La dabbenaggine (Cap.3°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Cap. III°  La dabbenaggine

Giovanni Gazzaneo

Una mattina, terminate le endovenose e girato l’angolo, Quartulli venne quasi travolto da Schiapparelli.

     – E tu che ci fai, qua? Non dovresti essere a studiare?

     – Ho appena terminato la terapia e stavo giusto andando…

     – Ma dì un po’: lo hai fatto quest’esame? Sono due mesi che non ti si vede.

A quest’ora dovresti sapere il libro a memoria!

     Preso alla sprovvista, l’altro non poté fare a meno di rispondere:

     – La… la settimana prossima.

     – Uhm! Allora datti da fare!… E adesso fuori dalle balle, ché non ho tempo da perdere! – E riprendendo la corsa: – Suora! Suoooraaa! Dov’è che s’è cacciata?

     – Eccomi, eccomi!

     – E allora? E allora, boia di un mondo ladro? Scattare quando chiamo! Cosa crede che ci stiamo a fare qua, a raccontarci barzellette? Al lavoro!… E non mi faccia bestemmiare, perdìo, ché è proprio la giornata giusta!

     Se in un primo momento aveva preso in considerazione l’idea di seguire il primario nel giro, pochi attimi dopo Quartulli fu dell’avviso opposto e se la squagliò. Suor Tersilla si fece il segno della croce accingendosi ad accompagnare il professore, mentre gli altri medici arrivavano di corsa, senza fiatare.

     Sempre così quando Schiapparelli era reduce da una litigata col professor Capparotto col quale, tra dispetti e ripicche, le cose si trascinavano in quel modo da più di un ventennio.

Giovanni Gazzaneo

     Il primario chirurgo era originario di una provincia veneta, donde era stato costretto a eclissarsi a fine guerra per via di un certo passato tinteggiato di nero. Girovagò dapprima per Svizzera e Francia, poi riparò nel sud della Spagna, ove rimase diverso tempo ad accorciare intestini nella clinica di un amico suo. Quando fu certo che si erano dimenticati di lui, fece rientro in patria e capitò chissà come nel ferrarese. Lì finì per sistemarsi e, messa da parte ogni velleità politica, si buttò nel lavoro e nell’opera di ingravidamento (un anno sì e un anno no) della sua signora, una bellissima andalusa sposata durante il soggiorno iberico.    

     Come consoli della Roma repubblicana, i due primari si alternavano nella direzione sanitaria dell’ente. Solo che, invece di fare fronte unico contro problemi comuni, avevano trasformato il piccolo ospedale in un campo di lotta personale. Motivi? Tanti, ma uno in particolare: l’accaparrarsi il ricoverato quando questo voleva dire più quattrini, scaricarselo a vicenda adesso che, con la nuova legge, l’incentivo sulle degenze era stato abolito.

     Erano passate poche ore dalla sfuriata con suor Tersilla che, terminato il giro, il professore si era pentito per aver perduto la trebisonda. Si ricordò allora di Quartulli e lo mandò a chiamare.

     – Tutta colpa di Capparotto, quel bandito! – si sfogò. – Ha l’abilità di farmi perdere le staffe… Sa qual’è il mio punto debole, quell’ex nazista! Adesso, poi, che gli tocca il turno di Direttore sanitario! “Arrangiati”, mi fa, “arrangiati con quello che hai, di elettrocardiografo”… Come se i quattrini dovesse metterceli di tasca propria!

     Quartulli approvò con una stretta di labbra e un dondolio del capo. Il primario riprese:

     – Ma questa me la lego al dito, vivaddio! Tra un mese passerà al sottoscritto, l’incarico, e allora… giuro che lo farò strisciare davanti a questa scrivania anche per la carta da cesso!

     Quartulli continuò ad annuire, Schiapparelli si arrestò come a raccogliere i propri pensieri, mutò espressione e:

     – Ti ho mandato a chiamare non solo per porgerti le scuse per i miei modi bruschi di questa mattina – riprese sempre seguendo l’itinerario finestra-libreria – ma anche per fare due chiacchiere che ti riguardano direttamente.

     Quartulli avvertì un brividino lungo la spina dorsale, come una scossetta elettrica partita dal fondo schiena e arrestatasi sulla cervice. Ma siccome possedeva la dote di saper mantenere la medesima espressione da statua etrusca, sia che fosse afflitto, sia che sprizzasse gioia, il primario non si accorse del fugace turbamento.

     – Dunque, dicevo… la prossima settimana ti sarai alleggerito di un altro esame: alla buon’ora! Nel giro di sei mesi, ho calcolato, ti sarai laureato e potrò farti assumere in pianta stabile. Che ne pensi?

     – Beh… proprio sei mesi… Un anno, forse.

   – Cooosa? Un anno? Un-anno-un-par-di-balle! Sei mesi, per i due esami che ti restano, bastano e avanzano. Sono stato chiaro?

   – Ci… sarebbe poi la specializzazione. Non so se lavorando troverò anche il tempo per…

     – Niente paura per questo! Conosco tutti nell’ambiente e, vivaddio!, lascia che mi trattino male un assistente… Anzi – proseguì con tono complice – per gli esami che ti restano, se vuoi posso metterci una parola con le persone giuste, non c’è mica da vergognarsi.

   – No… questo no. La ringrazio, ma non è il caso di parlarne.

     – Ma senti, caro: hai trent’anni suonati, da quel che mi risulta. Alla tua età io già scalpitavo per il primariato. Tu, diciamolo francamente, un po’ vecchiotto come studente cominci a esserlo: ti sembra il caso di fare lo schizzinoso?

     – E’ una questione di principio, mi scusi. Me la sono sempre cavata da solo e… e desidero farlo anche in questa circostanza. Non è per mancanza di riguardo nei suoi confronti, creda. E poi – sparò alla fine – si tratta di soli due esami e neanche tanto impegnativi.

     Schiapparelli guardò intensamente l’allievo appoggiando i pugni sui fianchi e:

     – Mi compiaccio! Questa è dignità! – disse facendogli tap-tap su una spalla.

     Quartulli chinò modestamente il capo e si mise a fantasticare sulle composizioni geometriche delle mattonelle: non vedeva l’ora che finisse, quel maledetto colloquio che lo faceva stare sulle spine.

     Il primario si sedette e scrisse in fretta qualcosa. Poi si alzò e consegnò al giovane un assegno.

   – Prendi!

     – Ma…

   – Niente “ma”! So bene, senza offesa, qual’è la tua situazione familiare. Ho conosciuto quel galantuomo di tuo padre e so cosa significa affrontare dei sacrifici per i figli. Ai miei tempi sono andato all’università con le pezze sul sedere e il giorno della laurea dovetti farmi prestare scarpe e vestito da un amico: cose che non si dimenticano. E mio padre… – gli tremò il mento – nemmeno lui ebbe la soddisfazione di vedermi medico!

     – Mi spiace.

     – Vabbè, vabbè. Sappi comunque che un rifiuto equivarrebbe a un affronto.

     – Quand’è così… – mormorò l’altro. E preso l’assegno se l’infilò nel taschino.

     – Ecco, bravo. E adesso, ogni mese ti darò la stessa cifra. Non è molto, ma basterà per cavarti qualche capriccio. Avrei potuto chiedere all’amministrazione di passarti un piccolo appannaggio, ma piuttosto che andare a domandare qualcosa a quella canaglia…

     – Io non so cosa dire, professore.

   – Allora non dire niente, pensa a studiare e fatti vedere ogni tanto in corsia.

     – Ci vengo tutte le mattine per la terapia.

     – Lo so, lo so, suor Tersilla mi tiene informato. Ma, vedi, caro: chiunque è capace di fare un’endovenosa. C’è dell’altro da imparare, vivaddio! Anzi, a proposito, ho letto qualche cartella comBuonafine Pota da te e devo dire che quello che scrivi lascia un tantino a desiderare. Devi adoperare una terminologia, come dire, meno terra terra! Ad esempio, non voglio più leggere “mal di pancia” o “piedi gonfi”, quella è roba da infermieri generici, da inservienti. Insomma, va a darti una rinfrescatina, d’accordo?

     – Lo farò senz’altro.

     – E farai bene, altrimenti volano calci sul deretano… e non in senso metaforico! Adesso puoi andare.

     Quartulli si diresse verso la porta. Stava per aprirla, quando Schiapparelli lo raggelò:

     – E bada a non tirare bidoni, sai?

     – In… in che senso?

     – Nel senso che magari, una volta preso il pezzo di carta, ci saluti tutti quanti e chi s’è visto s’è visto.

     – Questo mai… io qui mi trovo bene.

     – Mmmh… beh, vai, vai pure, ché il tempo è assassino.

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