La fuga (Cap. 15°)- Allori e sfortune del dottor Quartulli

La fuga – Squagliatosi da villa Bergonzoni, Quartulli raggiunse la dependance, fece rapido fagotto del suo evitando accuratamente di incontrare i compagni di appartamento, caricò tutto sulla Mini-minor (che essendogli intestata non aveva alcuna intenzione di restituire) e abbandonò assennatamente quei luoghi.

Si fece l’intero tragitto a tavoletta imprecando contro la sfortuna e ancor più contro il cavalier Bergonzoni che, gli pigliasse un colpo, era riuscito a non farsi infinocchiare. Appena a Granarolo, disse alla madre che non si sentiva bene e, infilatosi a letto, le diede disposizioni che sino a nuovo ordine non c’era per nessuno, si trattasse pure del Presidente della Repubblica.

La donna era completamente all’oscuro di quanto avvenuto negli ultimi tempi: sapeva solo che il figlio si trovava “un po’ indietro” con gli studi, che faceva pratica all’ospedale e da diversi mesi aveva una ragazza che non le era mai stata presentata. Sapeva bene, però, che quando il giovanotto si metteva a letto così di brutto, i motivi non potevano essere che due: o era ammalato sul serio o… o chissà che aveva combinato.

Alle sue insistenze il nostro stette sul vago, dicendo di non essere propriamente ammalato: aveva solo litigato e troncato con la ragazza. Ecco perché si sentiva un po’ giù. E altro non aggiunse.

– E… gli esami all’università?

Nessuna risposta.

La donna rimase qualche istante in silenzio, poi:

– Hai quasi trentatré anni – disse. – Ma quand’è che te la trovi, una sistemazione? Io non posso mica mantenerti sempre, sai? Non sto più neanche tanto bene in salute per via dei cervicali. E poi, chi te lo dice che devi diventare per forza dottore? Ci fosse ancora tuo padre, ti capirei: non viveva che per questo, non ci dormiva. Ma adesso, se proprio non te la senti di continuare, lascia pur tutto quanto e trovati un lavoro, un’occupazione qualsiasi. Ascolta tua madre.

Oronzo rispose che, va bene, ci avrebbe pensato. Ma in un altro momento. Chiese nuovamente di essere lasciato in pace e si accese una sigaretta per distendere i nervi dopo la giornataccia infame.

Tempo ventiquattrore e la sua storia aveva fatto il giro, prima dell’ospedale, poi, tramite le stazioni telegrafiche dei bar, dell’intera cittadina.

Iride si tappò in casa: dopo la pubblicità ostentata nei riguardi del suo “dottore” e di quello che doveva essere il matrimonio dell’anno, adesso non osava mettere il naso fuori dalla porta. E medesimo contegno assunse la madre.

Per il cavaliere le cose furono differenti: narrava volentieri e con dovizia di particolari ad amici e clienti come era riuscito a scoprire la verità, approfittando di ogni occasione per svergognare quel genero schivato per miracolo.

Don Alfonso e le suore dell’ospedale… poco ci mancò che prendessero il lutto. Il professor Schiapparelli, crucciato per non aver potuto avere Quartulli tra le mani, continuava a darsi dello stolto e fu per lungo tempo lo zimbello dei colleghi, specie del professor Capparotto.

Non erano trascorsi dieci giorni dalla scenetta delle buste sotto il piatto, che Iride prese la sua decisione:

– Voglio andare a vivere per conto mio! – annunciò alla madre. – In questo paese di cafoni non ci resisto più!

– E dove vuoi andare, figlia mia?

– A Ferrara, ho già adocchiato un appartamentino.

– Ma… e io? E tuo padre?

– Ohé! Guardate che la sottoscritta è maggiorenne da un pezzo!… E per quanto riguarda papà, digli che può fare a meno di preoccuparsi più di tanto: ho deciso anche di mettermi a lavorare, ho sentito che cercano dietiste all’Arcispedale.

Alla signora Elsa da un canto dispiaceva che la figliola se ne andasse di casa, e ci fece su un piantino, dall’altro comprese che la decisione della ragazza era, alla luce dei recenti avvenimenti, saggia. Al punto che se non fosse stato per il marito e per la macelleria da portare avanti, quasi quasi pure lei per un po’ di tempo…

Allorché la cosa venne comunicata al cavaliere, contrariamente a quanto le donne si aspettavano, questi ne fu entusiasta. E quando Iride gli manifestò l’idea di volersi mettere a lavorare andò in tripudio:

– Ohi ohi ohi! Mo’ senti senti… questa è da non credere! Iride che si mette a lavorare! Iride che decide di guadagnarsi la pagnotta!… Brava!… A Ferrara… bene! Ma ogni tanto vieni a trovarci, eh?… Ah, e se vuoi un consiglio, dopo il casotto che è successo con quel patacca che non sto a nominare, sta attenta da ora in poi quando ti fidanzi con qualcuno, non dire subito che tuo padre ha i soldi, se no va a finire che… punto e daccapo.

– Sempre il solito elefante in mezzo ai cristalli, tu! – lo interruppe Iride indispettita.

– Ma se ti voglio un bene dell’anima, sciocchina! Se qualche volta scherzo lo faccio per il tuo bene, non l’hai ancora capito?… Vieni qua, dammi un bacetto, dài!

Da quella permalosona che era, Iride il bacetto al padre non lo diede e per fargli dispetto scartò dentro di sé l’idea del progettato lavoro. Dopodiché si trasferì in città.

Impiegò le prime settimane nell’arredare l’appartamento, le successive vagando tra tutti i negozi di abbigliamento e cosmetici che le capitavano a tiro. Poi tentò di combattere la noia con la cucina cinese, lo yoga e un rumoroso cagnolino di razza britannica.

Presto abbandonò lo yoga, gettò nella spazzatura le bacchette di bambù e, disfattasi del cagnetto nevrotico, decise di riallacciare i contatti con Cogliuto che, da quel che sapeva, si era stabilito nella stessa città, dove aveva rilevato l’ambulatorio di un vecchio medico generico viaggiando, con duemila mutuati abbondanti, sul milione e mezzo al mese.

Prima, però, prese le sue brave informazioni, e solo quando da un compiacente medico-funzionario dell’INAM le fu assicurato che tutto era in regola e che quello i mutuati li aveva per davvero, si fece viva. Ponendo una condizione: matrimonio.

Libero lui, libera lei, il dottor Cogliuto disse di sì.

Cominciò a farsi rivedere in paese alla domenica quando si recava a far visita ai genitori. Sola dapprima, e preferibilmente non nelle ore di punta. Poi in compagnia del nuovo fidanzato, suscitando curiosità, nonché coloriti commenti da parte di chi era al corrente dei loro antichi trascorsi alberghieri.

Ma come sempre avviene, pian piano le chiacchiere si acquietarono e i paesani, a furia di vederseli a braccetto per il corso o seduti ai tavolini del caffè “Commercio” per l’aperitivo, ci fecero l’abitudine. L’interesse poi, proprio in quelle settimane, per il “Mundial” messicano con gli Azzurri proiettati in finale fece il resto e nel giro di poco tempo mamma Elsa provvide a inviti e pubblicazioni.

Le nozze vennero celebrate sobriamente, con pochi invitati e senza tanti strombazzamenti. E i novelli sposi andarono ad abitare a Ferrara.

Quando Oronzo seppe del matrimonio dell’ex fidanzata, non si scompose più di tanto. Anche perché, ebbe a pensare, gli sarebbe potuta andar peggio.

Invece, per sua buona sorte, non era avvenuto nulla: pareva che tutti si fossero scordati di lui, e la famiglia Bergonzoni non aveva preteso nemmeno la restituzione della Mini-minor.

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