Armando Lostaglio

Perché sarà stata una forzatura della “storia” personale e collettiva ad averci portato in quel determinato luogo, prima per noi sconosciuto. E sovviene alla memoria la grande emigrazione degli anni ’60 che spopolò interi quartieri e paesi e città: a centinaia partirono per il nord, e anche all’estero. Fenomeno che si ripeterà negli anni ’80, e a seguire ancora: centinaia di studenti nelle università da Roma in su; i 50/60enni di oggi andavano a studiare a Bari o a Napoli, in rari casi a Roma o Bologna.

Abitare un luogo è altra cosa: si è in quella città o paese perché è necessario, per lavoro, per i servizi che sa offrire, per la comodità. Dall’etimo abitare è come cucirsi addosso un abito (appunto). E perché in molti fuggirebbero dal posto dove sono nati? Eppure lo amano, ogni pietra evoca un ricordo remoto, un odore, un sorriso, o una guerra (come i Ragazzi della Via Pàl, le guerre francesi nei quartieri di basolati lavici). Invece stiamo bene se abitiamo in altri luoghi magari dove non siamo neppure nati?

E la nostalgia, quindi? Quella rimane relegata come un cappotto consunto che è sempre lì, in armadio, come un cimelio prezioso che il dialetto sa rinverdire, a salvaguardia di un fortino intoccabile perché è nostro, solo nostro. Conciliare nella sintesi l’ampio spettro di umori e di sapori fra il vivere e l’abitare rimarrà sempre l’enigma che è poi la molla che fa di noi un essere diverso.
La fanciullezza e poi la giovinezza rimarranno sempre nel profondo di ciascuno, anche se gli anni avanzano, ovunque si sia deciso di abitare, perché, cantava Bob Dylan (che ha appena compiuto 80 anni): Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro.