Coltivare la memoria come investimento per il futuro

Annibale Formica

Con la commemorazione della figura dell’Archimandrita, Mons. Pietro Scarpelli, domenica scorsa, San Paolo Albanese ha vissuto una mirabile pagina di storia del paese. Prete italo-albanese della Chiesa Cattolica di rito greco-bizantino, già vicario generale dell’Eparchia di Lungro e missionario arbëresh ad Elbasan in Albania dal 1929 al 1946, Pietro Scarpelli è stato una figura di grande prestigio e rilevanza religiosa, sociale e umana nella comunità arbëreshe del suo tempo.

La riflessione sul tema: “Coltivare la memoria come investimento per il futuro”, ha voluto essere un contributo al sentimento di appartenenza che ha coinvolto i partecipanti all’evento, suggellando con un forte trasporto emotivo il passaggio di testimonianza storica tra la vecchia e la nuova generazione sampaolese.

Mons. Pietro Scarpelli

C’è bisogno di memoria. Noi Shënpaljiot, più di altri in questo momento, abbiamo urgente bisogno di memoria, di ricordi, di racconti, di storie capaci di mantenere vivo il passato, di animare il presente e di aprire la mente al futuro. Dopo un’infanzia, che proprio infanzia non era, per molti di noi l’adolescenza, che è seguita, è diventata presto un’età adulta. Di quelli che vengono dal novecento, tante piccole storie personali sono state rimosse o cadute nell’oblio, perché un ricordo non raccontato, man mano che passano gli anni, diventa sempre meno credibile, sempre meno vero, e si perde. Ci tocca, perciò, ricominciare, imparando, anche subito, a raccontare dal basso.

Quadro dei valori etno-demo-antropologici della cultura arbëreshe.

Quanto valgono i ricordi? I ricordi arrivano dal passato e sono materia narrativa per la storia vivente. Aiutano a far raccontare storie, una per ognuna delle persone che le raccontano. Raccontandole si coinvolge il tessuto sociale e si rigenera la storia collettiva. Le storie, anche solo personali, assumono sempre una funzione culturale, sociale e civile; producono eredità e fondano la comunità. I ricordi, custodi e testimoni di inestimabili patrimoni culturali materiali e immateriali, non possono andare dispersi. Tengono insieme storie individuali e collettive; garantiscono continuità tra le generazioni. Riempiono di contenuti la contemporaneità.

 

La “Contemporaneità – dice il filosofo Remo Bodei – non è solo l’ultima epoca del mondo, ma la compresenza di tempi diversi in uno stesso tempo”. Parlare del “già visto” o del “già vissuto” nelle nostre conversazioni è la dimostrazione della “presenza del passato nell’attualità”.

Momento del Convegno: Coltivare la memoria come investimento per il futuro

La memoria del passato e il futuro. Non si può vivere il presente, rimpiangendo il passato, e non vedere il futuro. Servono le storie personali; e serve la storia collettiva. Dobbiamo andare alla ricerca delle persone che hanno fatto storia in paese, perché il paese ha bisogno di storia. La storia è la cura del paese e la memoria è il suo futuro. La memoria è il seme; è ciò che racchiude in sé passato, presente e futuro.

Il patrimonio culturale arbëresh ereditato dalla chiesa. La vita culturale arbëreshe, sviluppatasi dai primi insediamenti fino al secolo scorso, ha goduto e gode, ancora oggi, di molta eredità culturale della chiesa. Nelle nostre comunità la chiesa ha esercitato una funzione sia di guida spirituale sia di protagonista principale della salvaguardia e della tutela del patrimonio culturale e identitario arbëresh. Nato nella vicina Farneta (CS) il 15 agosto 1887 e trasferitosi con la sua famiglia a San Paolo Albanese agli inizi del 1900, Mons. Scarpelli è vissuto qui per oltre un quarto di secolo, dal secondo dopoguerra fino alla sua morte nel 1973. Per San Paolo Albanese è una eredità importante della storia del paese.

Momento del Convegno: Coltivare la memoria come investimento per il futuro

La lingua e la memoria. La lingua parlata, l’aljbërisht, la maggiore fonte di memoria Shën Paljit, si sta consumando ogni giorno di più, si sta impoverendo; rischia via via di scomparire insieme agli ultimi che la conoscono e ancora la parlano. Siamo andati via dal paese e abbiamo abbandonato la nostra lingua madre.

È un fenomeno diffuso. Dei 6500 idiomi parlati nel mondo, secondo l’Unesco, almeno la metà sta scomparendo. Il 95% della popolazione mondiale parla, ormai, solo undici lingue in tutto. Il compito di tramandare e preservare la diversità linguistica è rimasto sulle spalle di poche comunità locali; tra queste la comunità arbëreshe di San Paolo Albanese.

Quando una lingua è minacciata, lo è un’intera visione del mondo.

Il linguista Tullio De Mauro in una sua ricerca aveva accertato che i giovani ginnasiali, nel 1976, conoscevano 1600 parole. Nel sodaggio ripetuto 20 anni dopo, nel 1996, è risultato che i ginnasiali avevano ridotto le loro conoscenze a meno di 700 parole.

È un problema?

Si! È un grave problema, perché, come affermava il filosofo tedesco Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo; non siamo capaci di avere pensieri ai quali non corrisponde una parola.

Gli strumenti della memoria per investire nel futuro. San Paolo Albanese da anni cerca di recuperare dai “laboratori di memorie” la sua cultura, la sua storia, la sua memoria.

Laboratori di memorie sono: il paese, il paesaggio rurale, la comunità, la gjitonia, le testimonianze, il racconto, la letteratura orale, il museo.

La gjitonia, il paesaggio rurale, per esempio, erano, fino a un recente passato, gli spazi di vita dove nascevano gran parte dei racconti del paese.

Il museo, oggi, custodisce i saperi, le capacità, le maestrie, la umanità della nostra comunità, ne ricostruisce la narrazione storica ed elabora le prospettive.

Museo della Cultura arbëreshe

Con il Museo della Cultura Arbëreshe la comunità di San Paolo Albanese assume il compito di trasformare la memoria in futuro, portando futuro dove il futuro non è ancora arrivato. E nella comunità gli abitanti, che sono testimoni del territorio e possessori delle chiavi per aprire lo scrigno delle conoscenze e che danno voce all’anima del luogo, sono impegnati in un lavoro di interpretazione culturale strategica per il futuro del paese.

Anche a Roma, al Colosseo, il 29 Luglio 2021, il Presidente del Consiglio, intervenuto all’inaugurazione del G20-Cultura, ha sottolineato che “la riscoperta del passato è condizione necessaria per la creazione del futuro”.

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