Cinema è cibo

Quando sei nato non puoi più nasconderti

di Marco Tullio Giordana (2005)

Marco Tullio Giordana

Toccante il film che Marco Tullio Giordana ha proposto, cercando di penetrare con una propria lente, il mondo dell’opulenza e la difficile integrazione con gli extracomunitari. Il titolo è già di per sé un annuncio: Quando sei nato non puoi più nasconderti, che il regista ha scritto ispirandosi ad un racconto di Maria Pace Ottieri (Mondadori) e che ha presentato in concorso al Festival di Cannes (unico film italiano), ottenendo calorosi ovazioni ed applausi per dieci minuti. Il film è originale in diversi punti, pur concedendosi qualche licenza di scrittura (perché mai gli scafisti, così disumani, si fermerebbero in mare per ripescare un ragazzo in acqua?) e qualche ingenuità tuttavia organica alla narrazione (nessun problema con la giustizia quando i naviganti tornano a casa senza il ragazzo?). Ma è nel finale che i due adolescenti Sandro (Matteo Gadola) e Alina (Ester Hazan) esaltano i contenuti e rendono palpabile la realtà, impersonando il futuro, la speranza, la solidarietà che non conosce confini: né di classe, né geografici, né interiori. Solo in nome dell’amore. Che sembra echeggiare un verso di Giovanni Arpino quando sentenzia “L’orrore infinito del mondo trova un riscatto solo nella pietà e nell’amore”.

E’ quello che sul ciglio della strada i due adolescenti manifestano, ripresi dall’alto da una tenue fotografia notturna, mentre si scambiano un panino: Alina lo divide come farebbe Gesù in una Ultima cena.

In questa chiave il film vuol parlare di solidarietà ma anche di non-burocratica accoglienza, pur facendo vestire i panni di un magistrato ad una “materna” Adriana Asti (splendido cammeo). Il film rimane coraggioso e commovente, stimolante e poetico, ma anche un po’ in bilico fra arte ed impegno civile. Giordana sa usare bene la macchina da presa, penetrare con accuratezza mediante indagini ed introspezione (come nel film su Pasolini, ne I cento passi, Romanzo di una strage, La meglio gioventù) lui che convinse subito, nel 1980, con quell’intrigante Maledetti vi amerò.

 

Pane e Tulipani

di Silvio Soldini (2000)

Durante una gita turistica in pullman, Rosalba (Licia Maglietta, “Le acrobate”) una casalinga di Pescara, viene dimenticata in un autogrill. Offesa, anziché aspettare che marito e figli vengano a riprenderla, decide di tornare da sola a casa. Ma poi si ritrova su un’auto diretta a Venezia… Così inizia la sua avventura e quello che doveva essere un giorno di libertà si trasforma in una “piccola vacanza”, come lei stessa la definisce in una lettera spedita a casa. Mimmo (Antonio Catania, Così è la vita, La cena), suo marito, è fuori di sé. Appena scopre che un suo dipendente idraulico, Costantino (Giuseppe Battiston, Le acrobate) è un assiduo lettore di libri gialli, lo spedisce a Venezia alla ricerca della moglie di cui non ha alcun recapito.
Intanto Rosalba ha una nuova vita: lavora da un vecchio fioraio anarchico, vive a casa di Fernando (Bruno Ganz, che ha lavorato con Wenders in Così lontano, così vicino, Il cielo sopra Berlino e soprattutto è Hitler ne La caduta ) un cameriere di origine islandese appassionato dell’ Orlando Furioso ed è diventata amica di Grazia (Marina Massironi, Così è la vita, Tutti gli uomini del deficiente) sua vicina, estetista e massaggiatrice olistica. Spinta da Fernando, Rosalba ha anche ripreso a suonare la fisarmonica, sua antica passione. Quando Costantino, dopo varie peripezie, riuscirà a trovarla, rimarrà anche lui invischiato in qualcosa che non aveva previsto.
Diretto da Silvio Soldini (Le acrobate, Brucio nel vento, Giorni e nuvole), il film è una commedia ambientata a Venezia, città scelta dal regista per essere al tempo stesso estremamente reale ma anche piena di fantasia, una città sull’acqua totalmente fuori dal tempo rispetto alla velocità delle società sviluppate del duemila. Il tutto è stato girato nei quartieri popolari, mostrandoci quindi una Venezia inedita, segreta, fuori dalle rotte turistiche, ancora viva.

Silvio Soldini

Bread and Roses

di Ken Loach (2000)

È considerato il primo film americano di Ken Loach, ma l’America Latina è già da tempo presente nei suoi lavori. È il primo film che parla degli Stati Uniti, visti con gli occhi di una ragazza, Maya, che riesce ad entrarvi clandestinamente ed a trovare un impiego come donna delle pulizie. Il tema della precarietà del lavoro – già affrontato in Riff Raff – qui si inserisce su quello dell’emigrazione clandestina e della dignità umana, nella migliore tradizione di questo regista. Il film, benché descriva una realtà difficile, non è privo di una sua leggerezza e di alcuni momenti comici. Il film comincia sul confine tra Stati Uniti e Messico dove Maya, nelle mani dei coyote (“contrabbandieri” di clandestini), passa la frontiera per raggiungere la sorella Rosa, già stabilitasi da tempo a Los Angeles dove ha messo su famiglia. Purtroppo il marito è malato ed è Rosa che lavorando come donna delle pulizie mantiene la famiglia. Rosa riesce a far assumere la sorella per la stessa impresa di pulizie per cui lavora. Il lavoro è precario e privo di qualsiasi tutela. È sufficiente risultare sgraditi al capo o arrivare in ritardo per ritrovarsi licenziati senza troppe cerimonie. Tra i colleghi di Rosa e Maya vi sono persone anziane, ragazze madri ed altri immigrati. Nella routine quotidiana del lavoro fa irruzione Sam, un giovane sindacalista che, tramite Maya, riesce a organizzare un’assemblea dei dipendenti dell’impresa di pulizie per poter ottenere condizioni di lavoro migliori e salari più elevati, simili a quelli di altre imprese analoghe. L’impresa, saputo dell’assemblea, licenzia alcuni dipendenti e minaccia ritorsioni verso gli altri. Ciò nonostante l’assemblea riesce ad organizzare una manifestazione che incontra l’interesse dei mass media e l’impresa di pulizie è costretta a cedere alle rivendicazioni dei dipendenti. Maya però non riesce a festeggiare con i suoi colleghi; viene arrestata ed espulsa.

Armando Lostaglio

Armando Lostaglio

Pres.CineClub Vittorio De Sica – Cinit

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