“Amati da Lui, decidiamoci ad amare i figli più scartati” (La Parrocchia anno III nr. 4)

La Giornata Mondiale dei Poveri, che abbiamo celebrato il 13 novembre scorso nell’ambito del Convegno annuale delle Caritas parrocchiali presso l’Ostello di Chiaromonte, è stata indetta per la prima volta da Papa Francesco nel 2017 per sensibilizzare tutti rispetto al tema della povertà. Non scriverò di quanti eravamo, né della gioia di esserci ritrovati finalmente in presenza, né dei progetti per il futuro o dei successi della Caritas diocesana e delle Caritas parrocchiali. Cercherò di scrivere, pur rendendomi conto dell’azzardo dell’impresa, del “perché”, forse, eravamo lì, del “dove” possiamo andare insieme costruendo insieme il “come”.

Nel 2021 i poveri assoluti nel nostro Paese sono stati circa 5,6 milioni, di cui 1,4 milioni di bambini. C’è una povertà che possiamo definire ereditaria, che si trasmette di “padre in figlio” per cui occorrono almeno cinque generazioni per una persona che nasce povera per riuscire a raggiungere un reddito minimo; c’è una povertà educativa che riguarda i giovani del nostro Paese, fra i quali solo l’8% con i genitori senza titoli di studio superiori riesce a laurearsi. Nel 2021 quasi 2.800 Centri di Ascolto Caritas hanno effettuato oltre 1,5 milioni di interventi, per poco meno di 15 milioni di euro, con un aumento del 7,7% delle persone che hanno chiesto aiuto rispetto all’anno precedente ed anche nel 2022 i dati raccolti fino a oggi confermano, purtroppo, questa tendenza.

A chi dare la colpa di tutto questo? Di chi è la responsabilità? Per il dizionario la RESPONSABILITÀ è innanzitutto la situazione di chi è responsabile, responsus habilis, cioè di chi risponde delle proprie azioni sapendone spiegare le ragioni…ma anche chi sa dare una risposta corretta e consapevole.

Sono certa che chiunque stia leggendo queste mie riflessioni sia in grado di dare una risposta corretta: il compito di educazione alla carità è fondamentale per ogni cristiano e per l’intera comunità, la Caritas, porta, nella scelta pedagogica alla carità, l’opzione, la cura e la scelta preferenziale per il povero. La “cura” consiste nella presa in carico del povero, secondo uno stile che fa riferimento alla cura che Dio stesso ha per chi è povero e che ha ispirato il metodo Caritas: ascoltare osservare discernere per ANIMARE.

La risposta corretta però non basta al nostro cuore. “Il tuo cuore, ha sempre un posto libero per quella gente?” Chiara, forte, consapevole e diretta la domanda che il Papa ha fatto a ciascuno di noi nell’omelia per la VI Giornata Mondiale dei Poveri, domanda alla quale non possiamo rispondere soltanto in maniera corretta ma dobbiamo rispondere con consapevolezza. E allora farsi carico dei poveri, accogliere gli ultimi, non può significare semplicemente condividerne il bisogno e, magari, sostenerlo con un’offerta economica ma vuol dire fare di più: entrare dentro quel bisogno, abitarlo con la nostra memoria, investirlo con la nostra identità in modo che essa, giocata dentro la relazione che si crea, produca identità nuove e nuove possibilità. E neppure il “farsi carico” è sufficiente.

I poveri, i deboli, gli ultimi richiedono anche risposte: la giustizia sociale in primis e, sicuramente, la costruzione di un benessere che diventi comunitario e non rimanga elitario.

Non possiamo limitarci ad essere mera espressione di pietà o di risposta al bisogno, di aiuto breve ed elemosiniero né pensare di procedere a “casaccio” o, peggio ancora, per tentativi a seconda delle sparpagliate e variegate richieste, con interventi saltuari o sconnessi, ma occorre sempre più agire in modo mirato, con progettualità aderenti alla realtà e una programmazione opportuna che coinvolga interamente le comunità.

Le Caritas parrocchiali guidate dalla Caritas Diocesana devono essere non solo intelligenti ma profetiche e coinvolgenti fino a diventare “contagiose”.

Ecco dunque il pressante bisogno di formazione, una formazione continua e strutturata nella quale l’individualità scompare a favore della responsabilità, della testimonianza, della perseveranza, nella quale la sussidiarietà si dissolve nella solidarietà.

Il messaggio di Papa Francesco per la VI giornata Mondiale dei Poveri ci invitava ad una sorta di “contemplazione” della povertà che provoca quasi disagio e imbarazzo insinuando che ciò che deve agitarci e spingerci ad agire non è la povertà in quanto mancanza di abbondanza o scarsità di soldi e mezzi di sussistenza, ciò che deve farci sobbalzare sulle sedie è la miseria “figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non conosce prospettive né vie d’uscita”.

Già Padre David Maria Turoldo giunse a dire negli ormai lontani 70 che “Forse abbiamo sbagliato tutto!! Abbiamo combattuto la povertà. Ma la povertà è dignitosa, è un valore. Quello che avremmo dovuto combattere è la miseria”. È tutto perduto dunque?

Mi piace pensare che nulla lo sia ma, anzitutto, che nessuno lo sia mai del tutto e che la tendenza confermata dalle statistiche possa essere smentita e la rotta invertita.

La via per passare dalla contemplazione ad un’azione responsabile e consapevole, per rispondere correttamente e consapevolmente alla domanda di Papa Francesco “il tuo cuore, ha sempre un posto libero per quella gente?”, non può che passare per la FORMAZIONE, la nostra e quella dei poveri con noi.

È la chiesa a darci il mandato perché andiamo nel mondo a servire i poveri, è la Caritas, organismo pastorale della Chiesa a darci il metodo tocca a noi darci la struttura!

Per promuovere, cioè far progredire, per dare incremento e impulso a qualcosa, per favorire, incoraggiare come pure per portare da una dignità superiore, cioè far evolvere il nostro servizio ed aprire il cuore per fare posto a “quella gente” la chiave è la formazione. La formazione Caritas ha una connotazione fortemente esperienziale, nasce dal servizio e ha come obiettivo lo sviluppo di una maggiore consapevolezza nella motivazione del servizio stesso e l’acquisizione di capacità personali e di gruppo orientate alla relazione d’aiuto.

Per abitare in modo responsabile il quotidiano, per abitare il bisogno senza rischiare di passarvi solo accanto, occorre una formazione continuamente ripresa e aggiornata, a tre livelli:

  1. nel leggere la situazione (primo livello);
  2. nel costruire risposte ai bisogni, perché si risponda ai bisogni reali ed attuali (secondo livello);
  3. nelle vie e nelle forme attraverso le quali comunicare alla comunità cristia- na, alle nostra comunità parrocchiali, ciò che abbiamo compreso e ciò che stiamo vivendo in questo nostro operare come principio trasformatore (terzo livello).

Il mandato ecclesiale alla carità non ci chiede di essere eroi ma testimoni e, senza retorica, testimoni del Vangelo. Cresce ed è quindi promossa, in una parrocchia così come in una intera diocesi, la testimonianza comunitaria della carità nella misura in cui cresce il numero di persone formate alla carità, di testimoni capaci di vivere nella propria quotidianità uno stile di vita impregnato di carità cristiana.

La Caritas sperimenta quindi un tipo di formazione che integra, alimenta ed è alimentata dalla sua azione pastorale di promozione della testimonianza comunitaria della carità.

È quindi una sua dimensione essenziale e strategica, una delle principali modalità attraverso cui esprime e realizza se stessa nella funzione prevalentemente pedagogica.

Formare gli operatori è il vero e più fruttuoso investimento per la Caritas perché contribuisce allo sviluppo dell’agire in forme consone ai tempi e ai bisogni, così come ci è chiesto nell’art. 1 dello Statuto della Caritas, ad ogni livello, operando per:

  • sviluppare processi di miglioramento delle esperienze (riduzione degli aspetti di debolezza e incremento degli aspetti di forza);
  • valorizzare e apprendere dalle esperienze (pedagogia dei fatti);
  • sviluppare, laddove è possibile e necessario, un processo di condivisione (linguaggio, culture, approcci) tra aspetti delle esperienze nel rispetto delle differenze (uniformità e pluralità);
  • promuovere una miglior conoscenza della Caritas nella Chiesa parrocchiale e nella co- munità al fine di sviluppare la maggior inte- grazione possibile (non solo per attenzione interna ma per sviluppare interazione con altri).

Formarsi all’approccio con la carità è, per chi desideri offrire il proprio tempo a servizio degli ultimi, indispensabile per potersi calare nella realtà concreta di chi è povero, in tutte le forme che la povertà può assumere, a partire dalle motivazioni che lo muovono, dal significato dell’appartenenza e dell’identità cristiana fino alla capacità di ascoltare, di donarsi e di lavorare in equipe.

Anche i volontari più anziani, in età ed esperienza, hanno sempre bisogno di continui momenti di riflessione, di sosta e di ripartenza, perché mettersi in discussione è doveroso, destrutturarsi e ricomporsi è necessario, per la realtà mutevole delle povertà per la comparsa di nuove e diverse povertà, è necessario per ripetersi e ricordarsi sempre che “Non bastano le opere di carità se manca la carità delle opere, Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose”. (T. Bello)

Lo scopo di ciò che facciamo è sempre l’animazione della comunità con quella che il Papa ama chiamare la creatività della Carità. L’animazione deve essere l’innesco di processi che portino ad un cambiamento ma il cambiamento deve andare nel senso della qualità e la qualità dell’animare pastoralmente e consapevolmente non si valuta dal numero di servizi creati, dal numero di Centri di Ascolto promossi, delle mense create, delle opere gestite o dal numero di volontari, ma significa promuovere l’accoglienza del Vangelo, il suo “innesto” nel modo di vivere delle persone e delle comunità. Le scelte e i cambiamenti provocati costituiscono gli esiti dell’animazione ma il punto di partenza non può che essere il Vangelo, vivere la prossimità che vuole essere d’aiuto genera reciprocità, scoperchia i disvalori non per giu- dicarli ma per rimetterli in sesto, genera amore e non buonismo per favorire la riscoperta delle risorse anche in chi pensa di non possedere nulla e di non poter fare niente affinché faccia il suo bene e abbia voglia di farne gli altri! Tutto il resto è solo un fare, che indubitabilmente è necessario, ma che non lascia spazio alla vita, non arricchisce la nostra e neppure quella dei poveri se non consente loro di diventare soggetti delle nostre azioni e non oggetto della nostra opera.

È per questo motivo che il processo dell’animazione richiede almeno tre passaggi principali:

  1.  l’animazione richiede relazioni cosiddette corte, la possibilità di chiamare le persone per nome, di riconoscerne i volti, di conoscerne le storie almeno in parte. Per animare occorre conoscere e comprendere le persone e le comunità cosa che nelle nostre comunità è la regola e che a volte può avere anche un risvolto non esattamente positivo laddove genera giudizio e pregiudizio!
  2. La condivisione delle esperienze: per animare non basta conoscere le persone bisogna vivere qualcosa insieme a loro. La capacità di essere inseriti in un contesto è, dunque, il primo elemento di animazione;
  3. la proposta di esperienze dirette e concrete: costruire insieme il modo di vivere il Vangelo: non lezioni in aula o lavori in gruppo, bensì azioni concrete che incidono, cambiano la vita, la nostra e quella dei poveri.

L’auspicio è di riuscire insieme a passare dal sogno al segno, dal desiderio per il bene e per il bello al voler vivere all’altezza del nostro desiderio e farne l’impegno di tutta nostra vita.
Concludo ricordando, a me stessa e a chi vorrà dedicarmi il suo tempo, le parole che ho sentito dalla viva voce di Papa Francesco al Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane svoltosi nel 2016 a Sacrofano:

“Nel mondo di oggi, complesso e interconnesso, la vostra misericordia sia attenta e informata; concreta e competente, capace di analisi, ricerche, studi e riflessioni; personale, ma anche comunitaria; in forza di una coerenza che è testimonianza evangelica, e, allo stesso tempo, organizzata e formata, per fornire servizi sempre più precisi e mirati; responsabile, coordinata, capace di alleanze e di innovazione; delicata e accogliente, piena di relazioni significative; aperta a tutti, premurosa nell’invitare i piccoli e i poveri del mondo a prendere parte attiva nella comunità, che ha il suo momento culminante nell’eucaristia domenicale”.

N.B.: chi è impossibilitato a reperire il cartaceo oppure desidera scaricare il giornale “La Parrocchia” basta cliccare sul link a seguire.

La Parrocchia anno 3° n.4

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi