Tesi nell’Attesa – (La Parrocchia Anno III n° 3)

Se togliamo la parola dal suo significato “tecnico” legato alla liturgia, l’Avvento non è un tempo, l’avvento è il risultato di quel tempo. L’avvento è un tempo di attesa, ma di cosa? Attesa… dell’avvento del Signore! E quest’attesa non appartiene solo ad un determinato periodo dell’Anno Liturgico, ma è caratteristico della vita del cristiano. In ogni celebrazione eucaristica noi nutriamo questo aspetto fondamentale della nostra fede e della nostra speranza.

Ma come essere a messa diventa un nostro modo per attendere il Signore e come la liturgia ci fa pregare con parole che dicono il nostro desiderio di andare incontro al Signore?

Iniziamo guardando all’inizio della celebrazione… e possiamo dire che la messa inizia aspettando.

Noi arriviamo in chiesa, ci sediamo, e attendiamo, ma cosa attendiamo?

Credo che a questa domanda si possa rispondere in tre modi: attendiamo che il prete si muova ad arrivare, attendiamo che inizi la celebrazione… oppure attendiamo che la celebrazione si compia, che non significa “speriamo che il prete faccia una omelia breve così andiamo a casa”, ma che attendiamo perché sappiamo che il nostro essere alla celebrazione quel giorno è il modo privilegiato che abbiamo per incontrare il Cristo Risorto.

Ed è l’inizio della celebrazione dà un senso a questa attesa: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” (Gv 20,19)

Nelle nostre comunità non facciamo l’esperienza delle porte chiuse per timore, ma in tante parti del mondo ancora oggi i cristiani sperimentano la paura del loro radunarsi insieme. Ma ne vale la pena. Perché? Perché viene Gesù.

E così la chiesa da sempre ha letto l’ingresso del ministro o dei ministri, nella celebrazione come l’ingresso di Cristo risorto tra i suoi: venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”, così il celebrante passa nel popolo e sa- luta il popolo.

Non voglio ora fare un resoconto di tutta la celebrazione, ma solo dare alcune chiavi di lettura.

Al Santo cantiamo “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore”, si sottolinea fortemente che stiamo continuamente parlando, annunciando, attendendo la venuta del Signore, in ogni nostra celebrazione. Perché anche qui il primo riferimento è sicuramente al Signore che viene nelle specie eucaristiche, ma di lui abbiamo appena detto che “i cieli e la terra sono pieni della sua gloria”, quindi il riferimento non è solo alla venuta di oggi, ma alla venuta che sorpassa ogni tempo e ogni spazio.

Dopo le parole dell’istituzione il celebrante annuncia: “Mistero della Fede”… noi rispondiamo con una sintesi bellissima del nostro essere cristiani, perché chi sono i cristiani se non coloro che “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la Tua risurrezione nell’attesa della Tua venuta”. In ogni celebrazione noi rispondiamo con questa frase, in ogni celebrazione noi ci identifichiamo come popolo in attesa della venuta del Signore.

Chiesa Madre Francavilla in Sinni

Ci sentiamo davvero popolo che attende la venuta di Cristo? Riflettere su questo ci fa meditare anche su quanto siamo presenti a noi stessi durante la liturgia, quanto le parole della liturgia sono davvero parole nostre e non parole che ripetiamo in maniera un po’ automatica e un po’ assenti a noi stessi. Nella liturgia non siamo ospiti, siamo partecipanti attivi e la nostra partecipazione si esprime anche mettendo la nostra attesa, la nostra speranza e il nostro desiderio nelle parole che la Chiesa ci consegna. Pensiamo al Padre nostro: “Venga il tuo regno” e anche all’embolismo che lo segue: “Liberaci o Signore da ogni male, concedi la pace ai nostri giorni… nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”.

Valentina Angelucci

La liturgia è continuamente intrecciata da questo grido con cui si chiude la Scrittura, cioè l’ultima parola dell’Apocalisse: “Vieni, Signore Gesù!”. Nella liturgia dei primi secoli si usava una parola aramaica che traduceva questa pa- rola: “Maranathà”, che si traduce proprio con “vieni, Signore”.

 

La sola notizia veramente importante da recare al mondo: «Il Signore viene!».

L’attesa della venuta di Cristo che la liturgia ci fa presente in ogni celebrazione non è, chiaramente, un modo per disgustare il mondo o per declassare la vita che viviamo sulla terra, ma è attesa, speranza e desiderio della vera vita.

N.B.: chi è impossibilitato a reperire il cartaceo oppure desidera scaricare il giornale “La Parrocchia” basta cliccare sul link a seguire.

La Parrocchia Anno III nr. 3 Novembre 2022

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