Comunicato Stampa
I numeri della nostra involuzione demografica sono sotto gli occhi di tutti. Nel 1990 i lucani residenti erano 611 mila, nel 2022 sono scesi a 538 mila.
In 30 anni sono stati persi 73 mila abitanti. Lo stesso numero di residenti della città di Potenza. I numeri sempre più piccoli ci conducono verso un ridimensionamento dei servizi (si pensi alla sanità) e verso crisi occupazionali striscianti e irrevenrsibili (si pensi a Stellantis).
Non è il momento di palette e lustrini ma di rimboccarsi le maniche e lavorare pancia a terra. La Basilicata non può essere uno show ma per i prossimi dieci anni deve essere un campo di lavoro. Permetteteci questa riflessione. La Basilicata deve, prima di tutto e quanto prima, essere capace di individuare e valorizzare la sua vocazione produttiva investendo nei settori che riguardano il proprio territorio e le proprie peculiarità endogene. Per non trovarci impreparati dovremmo iniziare a ragionare seriamente oltre il petrolio e la produzione delle auto a Melfi.
Per fare solo alcuni esempi, di quello che si potrebbe pianificare per i prossimi anni, ci piacerebbe pensare ad una Basilicata che investe e si concentra sulle produzioni agricole di qualità, sull’industria agroalimentare, sul turismo verde e eco-sostenibile, su un piano per diventare il baricentro della logistica per le regioni del Sud e per il Mediterraneo, su dei centri di ricerca per i giovani, per una Silicon Valley lucana dedicata alla transizione energetica, ecologica e digitale, come quella creata in provincia di Catania.
Occorre, però, stare vicino alla gente che ora sta soffrendo, a quelli che stanno perdendo reddito e lavoro. L’abito da sera va bene per altre occasioni.


