Armando Lostaglio
Fa un bell’effetto apprendere che le fatiche più arcaiche dell’uomo, quelle legate agli spostamenti, alle transumanze, oggi siano riconosciute patrimonio immateriale dell’Uneso. E in virtù di tale gratitudine, sovviene alla memoria un racconto sulle vicissitudini di Salvatore, classe 1900, lucano coriaceo, che con gli animali al seguito aveva trascorso più della metà della sua vita.
Giugno è tempo di transumanza, quello dei cavalli ubriachi che affrontano con le mandrie lunghi percorsi. Come ogni anno, da secoli, in questo periodo si ripete come un rituale per le strade notturne, retaggio di una civiltà che si misurava con l’attitudine al lavoro, al sacrificio.
Un dolce tintinnio di campane attraversa la notte sonnolente, rompendo il silenzio. Una di queste strade è la Apulo-Lucana che porta ai pascoli montani, proviene dalla Puglia e porta fino ai territori appenninici di San Fele, di Ruvo del Monte, verso il Santuario di Pierno, o verso Monticchio e il Vulture, e in Irpinia verso Summonte e Montevergine.
La lenta processione inizia nella notte dei secoli, con la civiltà dei pastori e dei nomadi, e giunge fino a noi grazie al lento scorrere del tempo, al seguito delle vacche, dei buoi, dei vitelli: centinaia di esemplari condotti con parsimonia e pazienza dalla pianura alla montagna, e poi, al volgere delle stagioni, dalla montagna alla pianura. Il periodo va da giugno e termina con la festa di Santa Caterina, il 25 novembre.
“Pensi alle vacche in Puglia?”, cantava un vecchio adagio popolare che si addice ancora oggi a chi è sovrappensiero. Ebbene, alla Puglia andava il pensiero di quei mandriani, di quei foresi che il tempo misuravano con le lune e con le stagioni; come accadeva ai ben più noti butteri di oltreoceano, ai cow-boys che hanno lasciato un segno nella storia in quelle terre lontane, grazie al cinema.
I nostri mandriani vivono ancora oggi nella solitudine e nell’anonimato; non crediamo siano stati mai girati film sul loro conto, forse qualche documentario; conservano un dignitoso silenzio. “Quando si partiva dalle pianure lavellesi di Gaudiano, si potevano fare anche quattro giorni e quattro notti di cammino, con le mandrie e a cavallo della giumenta”.
Salvatore aveva trascorso quarant’anni in questo mestiere “che non è un mestiere, è una specie di missione, una prova continua con se stessi, fra se stessi e le leggi della natura. Quando si è in cammino, l’unica speranza che viene coltivata è quella di raggiungere la meta, e conveniva camminare con le mandrie più di notte che di giorno, perché la calura del giorno poteva provocare la dispersione degli animali più giovani, sempre alla ricerca di acqua e di frescura.”
Quei sacerdoti del silenzio lasciano dietro una scia di odori, quasi come incenso; e riaffiorano per rivivere i versi di Nikos Kazantzakis:
Abbiate cura degli animali, delle mucche / delle pecore / degli asini
Credetemi, anch’essi hanno un’anima, / sono esseri umani.
Solo che hanno il pelo lungo / e non sanno parlare; / sono uomini di un tempo remoto …

