Laureato in scenografia teatrale, cinematografica e televisiva presso l’Accademia delle Belle Arti di Foggia, l’artista lucano Tommaso Rosa ha insegnato arte- con grande passione ed entusiasmo- in vari istituti scolastici. Ha appreso la tecnica dell’intarsio a Calolziocorte, in provincia di Lecco, presso la falegnameria di Antonio Valsecchi, artista autodidatta con una spiccata sensibilità; ha scritto e messo in scena, inoltre, varie opere teatrali, e ha esposto, all’interno di svariatissime mostre ed eventi culturali, le sue opere d’arte, che hanno ricevuto ottimi riconoscimenti.
opera di Tommaso Rosa
Ha aperto, di recente, un laboratorio artistico a Rionero in Vulture- la sua città originaria- all’interno del quale realizza i suoi suggestivi quadri, lavora la pietra, il legno, e si dedica, in modo particolare, all’intarsio. Nelle opere ad intarsio, Rosa non utilizza alcun pigmento cromatico, ma solo essenze lignee, sfruttando le venature e le tonalità cromatiche che il legno offre naturalmente. Solo alcuni particolari, in questo nuovo periodo di creatività, vengono dipinti con colori acrilici per la caratterizzazione dell’artista. Dall’11 maggio al 2 giugno, presso il Castello di Venosa, l’artista lucano ha esposto -ed esporrà- una sua affascinante opera, all’interno di un progetto a cura di Domenico Dragonetti, dedicato alla mostra di arte sacra, “Passio Christi”.
La genesi di una tua opera d’arte: come si evolve una tua idea, fino alla sua forma finale?
Per me, un’opera d’arte può nascere da due tipi di stimoli. Il primo proviene dalla realtà quotidiana, da eventi che colpiscono la sensibilità dell’artista e si trasformano in riflessione visiva. Negli anni Novanta, ad esempio, ho realizzato due opere, profondamente correlate al tema della natura e della sua distruzione. In quel periodo si cominciava a manifestare, con forza, per la salvaguardia dell’ambiente, e il rispetto del creato, mentre gli scienziati lanciavano allarmi che oggi, purtroppo, si sono concretizzati sotto i nostri occhi: il cambiamento climatico, i disastri ambientali (…) Una di queste opere si intitola “Monumento al cemento armato”, una denuncia visiva agli effetti devastanti della cementificazione selvaggia: dissesti idrogeologici, alluvioni, il crollo di intere colline (…) L’altra è “La vendetta della natura”, in cui la natura si ribella e trasforma l’uomo in alberi secchi, contorti e assetati, immersi in un paesaggio desertico. Solo toccando con mano – o meglio, con la propria corteccia – il dolore inflitto alla Terra, l’uomo può forse comprendere la gravità delle sue azioni. Del resto, un topo non costruirebbe mai una trappola per topi. L’uomo sì. In questo senso, la sensibilità dell’artista si traduce inevitabilmente in creazione, attraverso il linguaggio che più gli appartiene: pittura, scultura, poesia, musica, fotografia (…) Il secondo tipo di stimolo nasce da un’impressione immediata, da qualcosa che colpisce i sensi – un colore, un suono, un’atmosfera – e che attiva in modo quasi automatico un processo creativo. L’immagine mentale che ne scaturisce si trasforma, e si evolve, fino a generare un’opera che può anche perdere del tutto il legame visibile con l’idea iniziale. Perché nel processo creativo tutto si trasforma, si rinnova. Come diceva Michelangelo Buonarroti: “Come posso creare, se la mente è più veloce della mano?”.
Prediligi la tecnica dell’intarsio: quali sono le prerogative che inducono alla complessità virtuosistica che ti caratterizza?
Sì, in questo periodo prediligo la tecnica dell’intarsio. Si tratta di un’arte antichissima: già gli Egizi la utilizzavano per impreziosire gli oggetti di uso quotidiano con decorazioni geometriche raffinate. Non sono nato ebanista né intarsiatore, ma ho sempre conosciuto l’esistenza di questa tecnica, anche se per molto tempo non l’ho mai approfondita. Il mio percorso scolastico, però, mi ha inevitabilmente condotto a incontrarla: prima il diploma di Maturità Artistica, sezione Architettura, al Liceo Artistico Statale “Pasquale Festa Campanile” di Melfi, poi la laurea in Scenografia teatrale e televisiva presso l’Accademia delle Belle Arti di Foggia. L’intarsio ha cominciato a conquistarmi davvero: durante una visita a Bergamo Alta, entrai nella Cattedrale di Santa Maria Maggiore e vidi le straordinarie tarsie del Coro, realizzate dal Capoferri e da Lorenzo Lotto. Ne rimasi folgorato. Mi colpì profondamente l’idea di poter creare opere solo con l’uso del legno, senza pigmenti cromatici, lasciando che fossero le venature, le torsioni della fibra, il calore e persino l’odore delle diverse essenze lignee a costruire l’immagine. Poi visitai alcune mostre di intarsio nelle valli bergamasche, e nacque in me il desiderio di provare. Le prime opere che realizzai mi stupivano, mi emozionavano. E mi chiesi: se riesco a emozionarmi io, potrò emozionare anche gli altri? Questa è la missione più alta per un artista. Da allora, cerco sempre di ottenere il massimo: sperimento, verifico, provo, cerco quel pezzettino di legno che sia esattamente quello giusto, nel punto giusto, per ottenere un risultato capace di emozionare me e gli altri. Anche il più piccolo frammento di legno, apparentemente insignificante, può diventare parte viva di un’emozione. Una nota musicale, da sola, è solo un suono. Ma nel finale di un’opera può diventare un’esplosione di vibrazioni. Così, nell’intarsio, il piccolo diventa immensamente grande.
Con quale artista, movimento o contesto storico ti senti affine?
Non mi riconosco in un contesto storico preciso, né ho un artista di riferimento assoluto. Credo che l’arte sia arte, e che ogni opera, e ogni autore, vadano compresi, e apprezzati, all’interno del proprio tempo, con il suo specifico contesto storico e sociale. La mia formazione artistica è stata fortemente accademica, fondata su una visione classica del concetto di arte. Forse, anche per questo, sento una naturale distanza dall’esprimermi attraverso i linguaggi più moderni o contemporanei. Ma questo non significa che non ne riconosca il valore: al contrario, mi affascina osservare come l’arte si trasformi, si spinga oltre. Le avanguardie e le sperimentazioni attuali mi incuriosiscono molto, e in alcuni casi trovo queste nuove espressioni davvero geniali.
Tommaso Rosa
In che modo, secondo te, in questo drammatico periodo storico, l’arte “trasforma” l’essere umano e la vita?
Alle spalle abbiamo due guerre mondiali, milioni di morti e dispersi, stermini di massa perpetrati nei campi di concentramento: orrori che hanno segnato profondamente la prima metà del Novecento. Eppure, a oltre ottant’anni di distanza, ci ritroviamo ancora a parlare di guerre, genocidi, violenze, crimini contro l’umanità. Popoli che opprimono altri popoli. Di fronte a tutto questo, ci si potrebbe chiedere: che cosa può fare davvero l’arte? Forse poco, almeno nell’immediato. Ma quel “poco” ha un peso enorme. L’arte ha il potere di risvegliare le coscienze, di scuotere, di denunciare. Attraverso immagini, suoni, parole, può portare l’attenzione sulla brutalità della guerra, sull’uso sempre più disumano delle armi, sofisticate e “intelligenti” solo nel nome, perché spesso colpiscono scuole, ospedali, mercati, anziché obiettivi militari. Nel corso della storia, molti artisti hanno utilizzato il proprio linguaggio per raccontare l’orrore. Hanno scritto, dipinto, composto musica per denunciare l’inumanità dell’uomo sull’uomo. In tutte le epoche, l’arte ha avuto questo ruolo: mostrare, da un’altra angolazione, quello che spesso si finge di non vedere. Penso, ad esempio, a Guernica, il capolavoro di Pablo Picasso, nato dal bombardamento del 26 aprile 1937 che distrusse la cittadina basca. L’opera fu completata in poco più di due mesi e venne esposta all’Esposizione Universale di Parigi. Si racconta che un ufficiale tedesco, guardandola, chiese a Picasso: “Questo lo avete fatto voi?” E lui rispose: “No. L’avete fatto voi.” Penso anche alla musica di protesta: i versi diventati simbolo, come “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” del gruppo I Giganti, o “Dio è morto” dei Nomadi. C’è arte e arte: una che è al servizio del potere, e un’altra che dà voce al popolo, che denuncia le ingiustizie e le discriminazioni. Un esempio su tutti: “Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. L’arte, in definitiva, non cambia il corso degli eventi. Ma può cambiare le persone. E le persone, sì, possono cambiare la storia.
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