Elogio dell’inverno

Nel “Canto di Natale” di Charles Dickens l’inverno è il palcoscenico ideale che consente la trasformazione interiore dei personaggi, simboleggia il suo potere rigenerante non solo sulla natura circostante quant’anche sulla psiche umana. Luogo privilegiato, scenografia narrativa che incarna mutazioni e possibilità di rinascita.
Per Scott Fitzgerald e i suoi “Sogni d’inverno”, le illusioni si svelano e le emozioni si congelano per ritornare a fiorire ai primi tepori della primavera.


Infatti, l’animo umano ha bisogno di sedimentare in terra fertile come piantine a dimora, per ritornare a vita nuova: il gelo e l’inerzia contribuiscono ad alimentare la cornice preziosa dentro e fuori di noi.
Ancora Dickens: il Natale ha “il potere di ricondurci alle illusioni della fanciullezza”. (Circolo Pickwick).
Sarà anche per questo che nei giorni che precedono la Festa più importante ed “esigente” dell’anno, la corsa diventa più frenetica che mai, mentre accoglie ed elargisce doni, come in un conflitto senza frontiere, che non conosce trincee.


Sarà per quel fanciullino interiore che ci abita e che continua a spaziare – per un vizio di forma – che si corre verso l’ignoto, verso spese senza danaro oppure con soldi recuperati.
Lasciamoli fare, lo facciamo tutti. Si corre verso l’ignoto, il buco nero del consumo ci inghiotte inconsapevoli, le guerre tutt’intorno hanno catalizzato ogni stressante atteggiamento, in un gioco da ultima giostra.

 

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