Comunicato Stampa
Nella giornata di martedì 3 marzo 2026 abbiamo assistito alla manifestazione fatta davanti all’ospedale di Chiaromonte ma, vista la partecipazione di alcuni organizzatori ed esponenti della politica cittadina e regionale, viene spontaneo domandarci se la mobilitazione fosse a favore della sanità Pubblica o Privata.
Eh si, perché chiedere, come è stato chiesto l’ospedale di comunità ci preoccupa, poiché significa, di fatto, chiedere la sostituzione dell’ospedale distrettuale con la conseguente soppressione dei servizi medici e diagnostici che l’ospedale distrettuale deve garantire, mentre l’ospedale di comunità offre solo servizi della medicina di base, assicurando una sede pubblica ai medici di famiglia.
Il sindaco di Chiaromonte dopo 12 anni di silenzi si esprime sulla sanità del territorio ma evita di rimarcare che il centro gravitazionale della sanità del territorio è l’ospedale di Chiaromonte che deve assicurare e potenziare servizi di medicina, di qualità e di natura pubblica, senza commistione tra pubblico e privato.
Capiamo che interessarsi fattivamente di sanità sia particolarmente difficile; tuttavia, abbandonare ogni intervento sulla materia da chi ha il diritto e il dovere nei confronti dei cittadini è inaccettabile e assolutamente sbagliato. Giova rimarcare che la struttura ospedaliera del nostro paese è la più importante è significativa del lagonegrese per la disponibilità di spazi ancora da destinare e per il potenziamento logistico di mezzi e personale fatto nel corso degli ultimi anni.
Ci sia consentito sottolineare la strana aggregazione che rileviamo nel gruppo organizzatore della mobilitazione del 3 marzo, con la presenza di esponenti di rilievo della sanità privata stranamente aggregati al Sindaco di Chiaromonte con CGIL e PD, il cui obiettivo primario dovrebbe essere la difesa dell’ospedale di Chiaromonte e della sanità pubblica.
Allora ci corre l’obbligo fare una riflessione sul diritto alla salute.
C’è una verità che nel dibattito pubblico sulla sanità viene sistematicamente evitata: quando la sanità pubblica si indebolisce, non si crea semplicemente più spazio per il privato.
Si crea disuguaglianza e la salute smette di essere un diritto e comincia a diventare un privilegio.
Di fronte a tutto questo accade qualcosa di inevitabile: chi può pagare esce dal sistema pubblico e si rivolge al privato. Chi non può pagare resta in fila.
Nasce così una sanità a due velocità. Una sanità rapida per chi ha reddito. Una sanità lenta per chi non ce l’ha.
Il mercato entra nello spazio lasciato vuoto dal pubblico. E il mercato fa quello che sa fare: vende prestazioni. Ma i diritti non si vendono. La malattia non è una merce. La cura non è un prodotto. La salute non può essere regolata dal prezzo.
Quando la rapidità delle cure dipende dal portafoglio del paziente, non siamo più davanti a un sistema sanitario universale.
Siamo davanti a un sistema sanitario diseguale. E quando la salute diventa diseguale, anche la democrazia lo diventa.
Perché una Repubblica che accetta che i tempi della cura dipendano dal reddito dei cittadini non sta semplicemente affrontando una crisi organizzativa. Sta accettando che uno dei diritti fondamentali smetta di essere realmente universale.
Sia chiaro, per noi il problema non è la sanità privata. Il problema è una sanità pubblica lasciata indebolire a favore della sanità privata.
Ogni volta che si riducono risorse, personale sanitario e strutture del sistema pubblico si produce un effetto preciso: la sanità diventa sempre più un mercato. E quando la salute entra definitivamente nel mercato, accade qualcosa di semplice e brutale: chi ha denaro si cura, chi non ce l’ha aspetta, chi non può aspettare rinuncia.
È il punto in cui un diritto costituzionale smette di essere reale.
Ed è anche il punto in cui uno Stato smette di essere pienamente uno Stato sociale.
Perché la verità è questa: una società può tollerare molte disuguaglianze. Ma quando accetta che anche la salute dipenda dal reddito, ha già iniziato a perdere qualcosa di essenziale: la propria idea di giustizia.
Alla luce di quanto sopra precisato, ci avrebbe fatto piacere che in quella giornata di mobilitazione fosse chiesto il reale potenziamento dell’ospedale di Chiaromonte con l’implementazione dei servizi diagnostici che ancora non sono disponibili ed il reale potenziamento dei servizi già assicurati, da organizzare ed offrire a tempo pieno e non uno o due volte al mese, eliminando così le liste di attesa. Si tratta di strutturare in maniera efficace ed efficiente il servizio sanitario offerto dall’ospedale di Chiaromonte iniziando dai servizi ambulatoriali e da un punto di primo soccorso funzionante 24 ore al giorno adeguatamente attrezzato di strumenti e risorse umane.
SI SOTTOLINEA COSÌ L’ESIGENZA DI RENDERE L’OSPEDALE DI CHIAROMONTE REALMENTE FUNZIONANTE ED IN GRADO DI GARANTIRE IL DIRITTO ALLA SALUTE DEI CITTADINI E DEI PAZIENTI ASSISTITI.
Di tutto questo è la politica cittadina e in primis il sindaco di Chiaromonte che si dovrebbe far carico, iniziando a chiedere con forza che l’ospedale di Chiaromonte sia qualificato come OSPEDALE DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO e come tale da potenziare obbligatoriamente, anche in virtù dei flussi turistici in costante aumento.
Ai cittadini, l’onere di pungolare la politica per una buona sanità pubblica del nostro territorio e noi garantiamo che faremo la nostra parte.
FIN DA SUBITO, CHIEDIAMO CHE IL CONSIGLIO COMUNALE DI CHIAROMONTE DISCUTA CON URGENZA DEL FUTURO DEL NOSTRO OSPEDALE
anche attraverso proposte in vista del redigendo piano sanitario regionale, considerando che il Consiglio Comunale è il soggetto istituzionalmente a tanto competente.
Il direttivo del Circolo di Chiaromonte

