Vallesaccarda, Trevico, Venosa, nel segno di Orazio e di Ettore Scola

La vita nei borghi, l’artigianato, l’esplosione di creatività tra i giovani, la conservazione delle tradizioni, in parallelo con il rapporto con la natura. I borghi quale modello di ripresa sostenibile. Particolarmente pregnante in tempi di emergenza. “Il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano ma nell’intensità con cui vengono vissute. Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili.” Lo scriveva Fernando Pessoa, poeta portoghese, e nel valore delle piccole comunità sta la cultura di una nazione. Siamo in un borgo delizioso, nella provincia di Avellino, a Vallesaccarda nella storica Baronia e a Trevico dove una lapide ricorda il passaggio del poeta latino Orazio, e qui di fronte vedeva il Vulture che a suo tempo era monti di Apulia, Vulture che dal latino vuol dire Avvoltoio: il vulcano spento della Lucania nord alle cui pendici sorge Venosa, patria di Orazio.

A Montesaccarda si ergono le vestigia della Taverna delle noci dove il poeta latino alloggiò con Virgilio e Mecenate e alcuni compagni di viaggio. Essi partirono per Benevento, città degli Irpini, a 11 miglia da Caudio. Fanno sosta nella Taverna delle noci, che per poco – racconta il poeta – non va a fuoco con gran schiamazzo di schiavi e convitati. Nella locanda, infestata dal fumo, vorrebbe tanto far sesso, ma la ragazza che attende non si presenta e così finisce in compagnia dei suoi sogni erotici. Ecco cosa scriveva in una sua Satira Orazio Flacco:

“Da qui procediamo dritti fino a Benevento, dove il nostro premuroso oste

per poco non finì arrostito, girando sul fuoco ben magri tordi.

La fiamma, infatti, guizzando qua e là per la vecchia cucina, uscito

Vulcano fuori dal camino, lesta lambiva la sommità del tetto.

Convitati affamati e schiavi impauriti avresti visto

afferrare allora la cena e darsi da fare per estinguere il fuoco.

Inizia da lì l’Apulia a mostrarmi i monti

a me noti, che lo Scirocco brucia e che

mai avremmo valicato, se la taverna vicina

a Trevico non ci avesse dato ristoro, pur col suo fumo, una peste per gli occhi,

ché il camino bruciava rami verdi e foglie insieme.

Qui io, come uno scemo, una ragazza bugiarda

attendo, nel cuor della notte; il sonno però mi toglie

il desiderio del sesso; allora i sogni, con visioni lascive,

mi macchiano la camicia da notte e il ventre all’insù.” (Orazio Satira I, 5, vv. 71-85)

Dalla loggia della casa-museo del grande regista Ettore Scola, alla sommità del comune di Trevico – il più alto in Campania – si tocca con mano il Vulture: Trevico, Vallesaccarda, Venosa, legate dalla storia, dalla poesia, dal cinema.

Le commedie talvolta amare di Ettore Scola, che nella sua Trevico ha lasciato al viandante la sua casa-museo, sono ricche di complessità e delizie narrative, pur nella profondità dei sentimenti ben espressi dai suoi protagonisti, al cospetto di essi lo spettatore resta coinvolto nella certezza di una nuova inquietudine. Che si ammalia di vezzi e di passioni, che non si rivestono di contiguità, anzi per “rotture” anche rivoluzionarie nei meandri della Storia, piccola o grande che sia. Da C’eravamo tanto amati, a Brutti sporchi e cattivi, all’apoteosi di Una giornata particolare, il maestro di Trevico (nel centenario della sua nascita) mantiene sublime il gioco della Storia, che si fa beffa degli uomini e della sua libertà/bisogno di esistere.

Nel Murphy, Samuel Beckett scrive: “Il sole splende, non ha alternativa, niente di nuovo.” Certo, siamo noi e soltanto noi a credere nella luce, nel sole quale forza vitale e divina, che si riflette nella luce degli occhi, nel tramonto sul mare e fra i monti e le colline. Niente di nuovo, ma ogni attimo sa di eterno.

Buon cammino, a noi tutti.

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