Omaggio all’Infra-Storia (dalla Cambogia)

 

 

Antonella De Salvo
Antonella De Salvo

Gli orrori cosí vicini nel tempo vissuti dal popolo khmer spesso portano con se incredibili storie di sopravvivenza, forza e solidarietá nei luoghi e nelle persone piú inaspettati. Tanti libri sono stati scritti sui personaggi divenuti símbolo dell’incomprensibile rivoluzione cambogiana, ma cosa resta dei moltissimi uomini comuni che proteggono silenziosamente ricordi assolutamente srtraordinari? Basta parlare per pochi minuti con il venditore di frutta al lato della strada o con gli anziani che siedono lungo i marciapiedi, accovacciati e stanchi del caldo e della vita, o ascoltare i ricordi familiari custoditi da un giovane studente per scoprire una realtá che, pur rimasta indifferente al tempo e alla Storia, ne rappresenta senza dubbio un tassello importante.

Miguel de Unamuno chiamava infra-storia l’insieme dei fatti storici invisibili e apparentemente insignificanti per la Storia, che caratterizzano la vita e i successi della gente comune e che pur passando inosservati, costituiscono la parte fondamentale della storia di un popolo, la sua essenza.

Non so raccontare e non so scrivere, ma ci sono delle storie che non possono essere taciute…

Era il 17 aprile del 1975, i khmer rossi arrivarono al potere e obbligarono la popolazione intera ad abbandonare le cittá e trasferirsi nelle campagne per costruire una nuova societá e ricominciare dall’Anno Zero. Arrivarono anche nel piccolo villaggio di Preah Sat, nella provincia di Kompong Thom e per prima cosa uccisero tutte le persone che portavano gli occhiali e che non avevano le mani ruvide, segnate dalla fatica e dal lavoro nei campi. “Se ci aiutate ad estirpare il nemico, l’Angkar vi ricompenserá”, tuonavano i soldati agli occhi deboli e impauriti degli abitanti del villaggio. Alcuni, forse per guadagnarsi il favore delle truppe, forse nella speranza di salvarsi o forse solo perché gli era stato ordinato di farlo, bisbigliarono che al di lá del fiume viveva una famiglia colta: padre e figlio ingegneri, madre maestra, la figlia era un medico. Piombarono in casa e li uccisero tutti, iniziando dai piú piccoli. Tutti, tranne la vecchia: “Non servi a nulla, non sprecheremo tempo e colpi per ucciderti, resta pure nella tua casa e aspetta, presto la morte verrá a farti visita…”

943631_10200286872032234_209448756_nDa quel giorno, e ogni giorno, Yeij Khy (la nonna Khy), che aveva visto morire crudelmente tutta la sua familgia, vagava nel villaggio urlando di rabbia addosso ai soldati e lanciandogli le piú terribili maledizioni, nella speranza che mettessero a tacere per sempre il suo dolore.

Ma i khmer rossi non sprecarono tempo e colpi per ucciderla, la diedero in pasto alla foresta e stremata, dopo aver vagato per giorni, Yeij Khy si accasció sotto un albero, nutrendosi dei frutti che di tanto in tanto cadevano dall’albero e dissetandosi della pioggia.

Passarono ventotto notti, intanto i vietnamiti avevano “liberato” il paese e gruppi di giovani contadini attraversavano la foresta per ritornare nelle cittá, con la speranza di ritrovare quanto e chi gli era stato portato via.

Toccava al giovane Rataná quella mattina addentrarsi nella foresta in cerca di cibo per il gruppo. Addentratosi nella foresta e sentito un grido flebile che chiedeva aiuto, istintivamente corse in direzione contraria, per paura che si trattasse di un fantasma. Preso dai dubbi tornó indietro: “E se si trattasse di qualcuno che ha bisogno di aiuto per davvero?”, pensó. Ricordó che dalle storie che gli raccontava la sua mamma, prima che arrivassero i Khmer rossi e lo separassero dalla sua famiglia, aveva imparato che i fantasmi sono riconoscibili perché non hanno i piedi… Tremante di paura raccolse tutto il suo coraggio e si avvicinó alla vecchia che implorava aiuto. “Non hai i piedi, sei un fantasma!”, affermava impaurito Rataná. “Non sono un fantasma, aiutami!”, “Se non lo sei, mostrami i tuoi piedi!” La donna, senza capire il perché di quella bizzarra richiesta, sollevó la gonna con la quale si riparava dal freddo. Aveva i piedi! Rataná si sentí sollevato, la prese sulle sue spalle e la portó con se. Insieme raggiunsero Phnom Penh. La cittá era desolata, ognuno poteva liberamente scegliere la casa che voleva, erano tutte abbandonate. Yeij Khy tardó un mese per pulire e rimettere in piedi la casa che si erano scelti. Rattana entró a far parte delle fila del nuovo governo che stava nascendo, che chiamó a se tutti i diplomati e i laureati scampati alla tragedia.

Nei vent’anni successivi vissero insieme, come madre e figlio. Anche dopo che Rataná ritrovó sua sorella e sua madre. Anche dopo che Rataná si sposó ed ebbe due figli.

Yeij Khy fu una donna forte, indipendente e una nonna meravigliosa per i suoi nipoti. Ma questa é un’altra storia.

Due anni prima di morire riuscí a riabbracciare sua sorella, aveva giá 102 anni.

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