Accanto ai giovani contro le mafie

In questi ultimi mesi si sono susseguiti ovunque conferenze, dibattiti e soprattutto commemorazioni di vittime eccellenti della mafia. Assistiamo a vere sfide e reazioni da parte dei criminali della piovra. Così in Sicilia la statua di Giovanni Falcone è stata mozzata; la lapide in memoria di Rosario Livatino è stata sfregiata.

don Peppino Diana

Tutto questo nei giorni dell’anniversario della strage di via D’Amelio. Ma non abbiamo perduto la battaglia. Polizia giudiziaria e magistratura fanno il loro dovere; molti siciliani hanno assunto un atteggiamento di coraggio civile prima sconosciuto: questo cambiamento è anche frutto della memoria tenuta viva dai martiri siciliani e di figure come Antonino Caponnetto e Giancarlo Caselli. Gli sfregi ai monumenti sono atti vili di chi è in preda alla rabbia perché comprende di aver perduto terreno. Le pretese di scarcerazione vengono vagliate da giudici indipendenti e niente affatto intimoriti. Le parole di elogio di un condannato mostrano la consistenza di chi le pronuncia. Molto resta da fare. Neppure per un giorno si può ridurre l’impegno. Chi è caduto per noi è nel nostro cuore. Non rinunceremo a sradicare la vergogna delle mafie.
Si pensi poi alla manifestazione di Locri il 21 marzo scorso a cui ha partecipato Don Luigi Ciotti. “Siamo tutti sbirri” è stato il tormentone che ha scandito le ore e i giorni dopo le scritte “Più lavoro meno sbirri” e “Don Ciotti sbirro” che sono comparse sui muri del vescovado tentando di delegittimare la celebrazione, per la prima volta a Locri, della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti di tutte le mafie.
Il fondatore del Gruppo Abele e poi dell’associazione Libera spiega e raccomanda a tutti che occorre un impegno continuo, condiviso, corresponsabile per debellare la mafia. L’impegno interpella ciascuno di noi, e se è vero che nessuno di noi è insostituibile, è anche vero che nessuno può fare al posto nostro quello che la coscienza ci chiede di fare.
Speranza vuol dire prendere atto che le mafie non sono solo un male criminale, da delegare alla magistratura e alle forze di polizia, ma prima di tutto sociale, culturale e politico.
Un male che gode di complicità e protezione di vari livelli, e che prospera nella scarsità di senso civico e d’impegno per il bene comune. E che potremo sconfiggere solo sconfiggendo prima la mafia dentro di noi che si chiama corruzione. La corruzione è l’anticamera delle mafie, una peste che oggi si manifesta nell’intreccio sempre più stretto fra criminalità organizzata, politica ed economica. Rompere quest’intreccio è compito della politica ma anche nostro. Servono lavoro, scuola, servizi sociali.

don Camillo Perrone

Diciamo poi che nel mondo chiuso e violento sta avvenendo un fatto nuovo e potenzialmente dirompente: la rivolta delle donne, la presa di coscienza dei giovani.
E’ avvenuto che una certa ragazza, tale Rita Atria, a 17 anni si è tolta la vita dopo la morte di Paolo Borsellino, in cui aveva trovato un punto di riferimento forte, affidabile, paterno.
La morte di Rita non è avvenuta invano. Sono tante, oggi, le donne nate o confluite in famiglie mafiose che si ribellano alla legge del clan, che cercano per sé e per i propri figli un
futuro diverso e chiedono un aiuto per realizzarlo. E al contempo sono tanti i ragazzi provenienti da famiglie o contesti mafiosi – Libera li incontra da nove anni nell’ambito dei circuiti penali – che opportunamente stimolati maturano un cambiamento, la consapevolezza che essere mafiosi comporta, non solo in carcere, la perdita dei beni più alti: la libertà e la dignità.
Offrire una via d’uscita a queste persone non è solo giusto, ma lungimirante, perché mette in evidenza le crepe dell’universo mafioso, il fatto che qualcosa non funziona più nella trasmissione dei suoi pseudo-valori. Per un mafioso la diserzione dal suo mondo è uno schiaffo, un atto di lesa maestà, uno sgarro alla sua statura di “uomo d’onore”.
Probabilmente occorre una maggiore equità a livello socio-economico e a livello morale-psicologico per sradicare quel malessere che legittima la malavita, oggi, tempo di precarietà lavorativa e valoriale. Specie per i giovani, tra le persone più fragili e cedevoli davanti alla sirena ammaliatrice di una vita facile, anche se violenta e spregiudicata. Ecco perché sono loro quelli che, più di altri, hanno bisogno di un sostegno da parte delle famiglie e delle stesse istituzioni, innanzitutto la scuola, per poter resistere all’inganno.
Perché, come ebbe a dire il giudice Paolo Borsellino, ucciso nel 1992 da Cosa Nostra,
la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Falcone e Borsellino

Cultura, ma anche un lavoro collettivo: solo così si può pensare di battere la criminalità organizzata.
Un’azione di contrasto che tragga “linfa vitale dallo sforzo di tutti nell’opporsi al compromesso, all’acquiescenza e all’indifferenza”. Così scriveva, in un messaggio inviato a Manfredi Borsellino, l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 22° anniversario dell’attentato di via D’Amelio. Soprattutto, all’antimafia della repressione, va affiancata – come va ripetendo da anni Pietro Grasso, ex magistrato e oggi Presidente del Senato – “l’antimafia della speranza”, perché non c’è giudice o poliziotto che possa far scacco alla malavita se il cittadino, ciascun cittadino, non fa barriera con il proprio senso civico. Un darsi da fare che l’arcivescovo di Foggia, monsignor Vincenzo Pelvi chiama, con originale fantasia, “artigianato della speranza”. E che altro non è se non la capacità di fare bene le cose, restituendo una visione serena del futuro, specie a chi il futuro – stretto della morsa dei soprusi e dei ricatti – non riesce più a percepirlo.
Resistenza e reazione, questi i grimaldelli richiamati anche da Papa Francesco nel suo discorso alla città partenopea, nel 2015. “Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini – chiese Bergoglio – .

Non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate che la vostra gioventù sia sfruttata da questa gente!”.
Che non sia stato vano il sacrificio ovvero il martirio di Don Pino Puglisi e di Don Giuseppe Diana assassinati dalla criminalità organizzata!
In conclusone diciamo che occorre educare ai valori: i nostri giovani saranno protagonisti di un avvenire migliore e solido se ancorati a valori antichi, ameranno percorrere i sentieri inesplorati di ciò che è vero, di ciò che è bello e buono, di ciò che è giusto e onesto.
L’educazione è partecipazione di valori, che avviene a livello vitale, mediante la testimonianza insieme con l’insegnamento” (Paolo VI).
E’ sempre vero l’assioma “l’esempio trascina”.

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