“Un mestiere che non farei”

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Il primo maggio, Festa del Lavoro, in prima serata la tv di Stato ha trasmesso in replica il film “Pane e libertà” interpretato da Pierfrancesco Favino. Il film rievoca la vita del più grande sindacalista di tutti i tempi, Giuseppe Di Vittorio. Rivedendolo ho provato grande emozione e ammirazione per un uomo, un “cafone”, che si è fato da solo grazie al suo coraggio, alla sua caparbietà e onestà intellettuale portando avanti e affermando i diritti dei lavoratori.

Nello stesso tempo un sentimento di indignazione e disapprovazione ha riempito il mio cuore quando il piccolo Peppino Di Vittorio ha visto morire davanti ai suoi occhi sia il giovane papà, bracciante agricolo presso le terre di un marchese latifondista di Cerignola (Foggia) e sia il suo compagno di lavoro, Ambrogio, giacché lavorava insieme dallo stesso marchese in qualità di “scacciacorvi”. Il piccolo Ambrogio morì per le percosse subite in seguito ad una protesta di tutti i ragazzini sfruttati che chiedevano un poco di pane e olio in più al giorno per non morire di fame.

Gli organizzatori della protesta furono Peppino e Ambrogio. Da questi episodi nacque nell’orfano Peppino la voglia di riscatto e di lotta affinché nessuno potesse morire per un pezzo di pane in più. Con molti sacrifici vi riuscì perché le condizioni di vita di milioni e milioni di operai e braccianti agricoli migliorarono moltissimo grazie alla nascita del nuovo sindacato e alle lotte che in tutta Italia venivano portate avanti dal proletariato, anche con perdite umane.

Nel film, ma nella realtà era così, abbiamo visto in più di una circostanza la partecipazione di preti ai banchetti del marchese, mentre i braccianti facevano le loro rivendicazioni. Questo fatto mi ha ulteriormente disgustato!!

Ma i preti non dovrebbero stare con i poveri cristi?

A Francavilla, prima e durante il fascismo le condizioni economiche e sociali per i braccianti e gli operai non erano dissimili da quelli di Cerignola.

 

Il compianto maestro Peppino Pangaro ricorda nei suoi appunti che:

le cose cambiarono, cioè si incominciò a respirare la prima aria di libertà da quando ho assistito al primo duro scontro tra ricchi e poveri,fra proprietari di terra e zappatori (braccianti agricoli) (n.d.r. siamo nell’autunno del 1943). Lo scontro avvenne nell’Ufficio di Collocamento aperto da Nicola Ferrara in un locale sotto la casa di Egidio Cosentino, Piazza dei Senisesi, in cui c’era una radio e i contadini ci andavano spesso ad ascoltarla, a prendere notizie italiane e dal mondo, chiacchierare, rilassarsi. Era il Circolo. A quel democratico scontro cerano una trentina di uomini tra padroni e zappatori. Durante la riunione i braccianti sollevarono la testa, drizzarono la schiena, con decisa determinazione alzarono la voce e chiesero ai padroni di aumentare la paga: diversamente nei loro campi sarebbero cresciute le “stumpe” (n.d.r. erba rena o imperatoria). Mi rimbombano nelle orecchie le dure parole pronunciate con tono forte, deciso, da “Felice Sirivino”, Felice Mango, uomo basso e anziano ma forte e coraggioso. Mentre Felice Mango arringava i proprietari, i compagni lo ascoltavano, annuivano, ripetevano richiesta o minaccia: “se volete vedere i campi coltivati, ci dovete aumentare ‘a jurnaete! Siete al bivio: scegliere tra aumento o stumpe.

In quella storica ma dimenticata sera, data in ufficio del Comune intravidi nascere l’era nuova, la libertà: di opinione, parole, stampa, libertà che ha partorito Partiti e Sindacati. Dopo questo storico evento fu aperto la Camera del Lavoro e la Sezione del PCI per iniziativa di Michele Canonico, un elettrotecnico di Lagonegro dipendente della Società Elettrica dei fratelli Viceconte, istruito e apostolo dei lavoratori francavillesi”.

Manifestazione del 1 maggio a Francavilla

 

Questo primo maggio in paese è trascorso nell’oblio, nel disinteresse di tutti. Ritengo un fatto molto grave per la nostra comunità proprio per i precedenti storici, di essere stato un paese caratterizzato da organizzazione sindacale e di partito. Anche perché per conquistare il lavoro si lotta ma purtroppo di lavoro si muore ancora oggi come si è morti per il passato. Infatti Francavilla ha avuto un numero notevole di caduti sul lavoro ai quali va il nostro riverente pensiero.

Un lavoratore, un padre di famiglia, proprietario di una fabbrichetta di fuochi d’artificio, mi è rimasto particolarmente impresso nella memoria quando tragicamente scomparve nell’adempimento del suo lavoro. Parlo di Antonio Lo Gatto.

In quarta elementare con il maestro Pangaro stampammo il giornalino scolastico “il filugello” in cui scrivemmo in data 23 maggio 1959 un componimento: “un mestiere che non farei” proprio a ridosso dell’ultima esplosione delle polveri pirotecniche di Lo Gatto.

La sua piccola fabbrica in precedenza scoppio ben 4 volte e in una circostanza perse la vita un giovane di appena 20 anni.

Noi alunni eravamo nella scuola; abbiamo sentito un forte boato, sembrava che tuonasse. In quel momento tutti abbiamo avuto paura e successivamente abbiamo saputo che era scoppiato il laboratorio di Lo Gatto, per fortuna, non ci sono stati né morti né feriti. Nessuno di noi ragazzi voleva fare lo stesso mestiere di Lo Gatto visto la pericolosità del lavoro.

Festa di S. Antonio oraganizzata da Antonio Lo Gatto

Nell’estate del 1980, in un pomeriggio caldo e assolato sentii un altro boato. La mia mente mi portò subito a pensare a quell’episodio vissuto a scuola e immaginavo che fosse come quella volta. Invece non fu così, perché il povero Lo Gatto saltò in aria mentre lavorava intensamente per preparare i manufatti per le festività religiose dei paesi, perdendo la vita.

Conservo questo vivo ricordo anche perché sono stato compagno di scuola dei figli, Nicola e Mario. Quest’ultimo morì quando frequentava le elementari annegando nel “pignuolo” (mulinello) del fiume Sinni.

Sarebbe bello se in qualche festa del lavoro volessimo ricordare la memoria di tutti i figli di Francavilla deceduti nell’adempimento del loro dovere.

Per non dimenticare, perché non accada più e per la sicurezza nei luoghi di lavoro.

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