Il fidanzamento (Cap.7°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Di buon mattino, complice suor Tersilla che la lasciò entrare fuori orario, Iride Bergonzoni si recò a far visita ad Angelina la quale, al passaggio di Quartulli, simulò un mancamento.

Il “dottore” le prese la pressione e, squadrando la ragazza seduta ai piedi del letto, sentenziò:

– Sarà il tempo. Sa… quando cambia la stagione…

– Proprio vero – replicò Iride, che adesso s’era messa rispettosamente in piedi. – Capita anche a me quando il tempo fa i capricci: un senso… come di spossatezza. Lei, dottore, cosa mi consiglia di fare?

– Parente di Angelina? – chiese l’interpellato invece di rispondere al quesito.

– Non proprio – si riprese dal malore la ribaltabile, – la signorina è figlia del cavalier Bergonzoni. Sa, quello delle carni. Sono stata a servizio da loro per tanti anni e… e l’ho cresciuta io, la mia Iride.

– Un po’ di ricostituenti le faranno bene – disse Quartulli. – Venga di là quando ho finito, le darò qualche campione.

– Troppo disturbo, chissà quanto avrà da fare.

– Ma le pare?

Quartulli stava riponendo l’asciugamani quando, tutta reclame di un dentifricio, Iride si annunciò facendo tamburello con le dita sulla porta della guardiola.

Con aria professionale il giovane misurò pure a lei la pressione, disse “centocinque sessantacinque” ed estrasse delle scatole da uno stipetto:

– Due flaconcini al giorno, per bocca.

– Prima o dopo dei pasti?

– Durante – se la cavò Oronzo. – E mi faccia sapere.

Il tempo di esaurire i flaconcini, e Iride tornò per render noto che (prima volta dopo secoli!) stava trascorrendo un autunno senza depressione. Quartulli le consegnò altre due scatole per completare il ciclo e le permise di consultarlo per telefono in caso di necessità.

Passò una settimana di brevi, ma numerose telefonate, con richieste di consigli terapeutici personali, nonché di bollettini sanitari riguardanti Angelina che nel frattempo s’era buscata l’ennesima gastroenterite.

Poi, finalmente, giunse l’invito a cena. A questo seguirono altri incontri sempre più ravvicinati e in breve l’amicizia tra i due prese la piega che doveva prendere.

Iride non si concesse ai primissimi approcci. Sia perché voleva essere certa delle serie intenzioni del futuro medico, sia perché questi non si facesse opinioni negative sulla sua moralità. E anche lui si guardò bene dal fare il materiale: non voleva dare a vedere di essere uno che pensava solo a “quello”.

In capo a un mese Oronzo Quartulli era tutte le sere dai Bergonzoni, ospite fisso a cena e agli spettacoli televisivi. Ogni tanto, una o due volte alla settimana, con la scusa che la RAI trasmetteva delle boiate, i giovani dicevano di andare a “fare un giro” e si rintanavano nella stanza di Quartulli, dove si trattenevano un paio di ore. Quando invece cavaliere e signora si recavano al cinema, i fidanzati (ché ormai di fidanzamento si trattava) adoperavano il letto alla francese da una piazza e mezza di Iride.

Ed essendo emtrambi d’accordo sul fatto di trovarsi nell’età giusta, cominciarono presto a parlare di matrimonio, con la signora Bergonzoni che stravedeva per il genero medico da rendere partecipe dei propri malanni.

Non così, però, era per il cavaliere il quale, ogni volta che il ragionamento veniva a cadere sul fidanzato della figlia, non si premurava di celare il suo scarso entusiasmo:

– Per me, quello lì ha tanta voglia di lavorare quanto un mulo azzoppato.

– Sei il solito patacca! Quando mai hai avuto a che fare con gente di quella sorta! Parli così perché ti sei sempre accompagnato con allevatori di vacche!

– E’ vero. Ma quando uno non è abituato a fregarsi le mani con lo sputo, glielo leggo dentro agli occhi glielo leggo. Conosco gli uomini e, vaccari o professori, negli occhi glielo vedo sempre quello che sono sotto sotto.

Giovanni Gazzaneo

– Lo sputo?… Ma che ti salta in testa? Il fidanzato di Iride è un dottore, mica uno zappaterra, scemo che non sei altro!

– Sei tu la scema, perché il mio era solo un modo di dire! E quello lì…

– E piantala con ‘sto “quello lì”, “quello lì”! Chiamalo una buona volta per nome, visto che prima o poi sarà nostro genero!

– Sì, “Oronzo”! Mi vien da ridere solo a pensarlo, quel nome…

– Se proprio vuoi saperlo, ha detto che è il nome di un grande santo di Lecce.

– Lecce?

– Sì, Lecce! Lecce! Una città importante che si trova in bassa Italia, vicino a Roma insomma… E si chiamava così anche suo nonno, che era di quelle parti, per l’appunto.

– Era un… un oronzo pure lui? – E ogni volta che il cavaliere partoriva una battutina del genere, gli si iniettavano gli occhi per il convulso.

– Bestia!

– Ah ah! Un oro… Un oronzo!

– Bestia sei e bestia resterai!

– Meglio… ah ah!… meglio bestia che sapientone alla maniera tua e di tua figlia – concludeva il cavaliere che, malgrado litigi e schermaglie, dovette presto abituarsi all’idea che prima o poi se lo sarebbe visto gironzolare per casa in pianta stabile, quel dottore del cavolo, che (era più forte di lui) non gli piaceva, ma non gli piaceva per niente.

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