Il legno: un’eccellenza di Francavilla

Sulla bacheca di Francavilla sul Sinni è stato chiesto qual è una eccellenza del nostro paese. Secondo le mie conoscenze e da quello che ho letto un’eccellenza francavillese ritengo che sia il legno.

La maggior parte del nostro territorio ricade sulla sponda destra del fiume Sinni e si estende sul versante nord del massiccio del Pollino (monte Caramola e altre alture) e di conseguenza gli alberi di alto fusto sono la parte predominante della flora locale.

I monaci Certosini, che hanno dato origine al nostro paese, sono venuti nel nostro territorio proprio per antropolizzarlo e per diffondere la coltivazione di grano, leguminose e la lavorazione del legno con conseguente commercializzazione degli stessi.

Dal dizionario dialettale di Francavilla, curato dal compianto Luigino Viceconte, riportiamo che negli ultimi anni della dominazione borbonica (1859) l’inchiesta sulla Basilicata a cura dell’Intendente della Provincia mette in evidenza “…nelle altre zone della Basilicata, dove scarseggia il legname da costruzione, questo viene importato dai paese esportatori della regione… Francavilla… sono i paesi che esportano legname da costruzione solitamente ridotto in tavole”.

Da questo utilizzo selvaggio e indiscriminato sono venuti giù tanti pendii provocando frane e calanchi. Il torrente Santa Domenica si attraversava con un salto, oggi invece ha un greto molto esteso. La ditta Colucci fu aggiudicatrice del taglio di 3837 piante nel bosco comunale Rubbio agli inizi degli anni ’30. In prossimità del lago Pesce sorgeva una segheria e una teleferica. Successivamente subentrò la ditta Palombaro a ridosso della seconda guerra mondiale con una grande segheria e una lunga teleferica allocata nella Farneta. In quel periodo l’Italia fascista attraversava un brutto periodo anche dal punto di vista energetico quindi bisognava sfruttare tutte le fonti energetiche.

In quella occasione toccò ai boschi del Pollino sia per utilizzare il legno di faggio, abete, castagno e cerro che per produrre carbone vegetale a opera dei carbonai. L’attività continuò anche dopo la guerra scemando man mano perché la risorsa principale era in via di esaurimento. In quel periodo ci fu un’occupazione diffusa, ma nello stesso tempo il fiorente artigianato del legno (barilai, bottai, sediari, bastai e falegnami) vedeva il suo tramonto sia per la mancanza della materia prima e sia perché i piccoli artigiani non seppero adeguarsi alle nuove tecnologie per produrre i loro manufatti con metodi moderni.

Mi scuso per la banale similitudine; lo sfruttamento del nostro territorio ad opera della segheria Palombaro è da ritenersi simile alla val d’Agri per l’estrazione del petrolio da parte delle compagnie petrolifere.

Dagli anni ’50 ’60 ’70 si era sviluppata una modesta attività della lavorazione del legno di pioppo, cipresso, pino per la produzione di cassette di legno, pallett grazie a piccoli ma bravi imprenditori. Anche questa attività che sembrava avviata molto bene è venuta a cessare per vari motivi: mancanza di legno e capacità di adeguarsi ai nuovi processi produttivi.

Dopo i tagli indiscriminati, nel bosco si è formata una fitta vegetazione di polloni che man mano che crescevano venivano tagliati e venduti dal Comune. Ancora oggi si procede con dei tagli colturali, il cui prodotto passa dal paese e viene lavorato altrove.

Quindi continua lo sfruttamento senza che gli abitanti del paese possono trasformare e lavorare la materia prima. Possiamo dire che ci passa sotto il naso con l’indifferenza di tutti noi.

Oggi possiamo vantare un’altra attività importante per l’economia del paese, la vendita di legname proveniente da fuori regione e il conseguente impiego nelle costruzioni private e pubbliche. Da segnalare anche un’attività di boscaioli che tagliano querce, cerri e faggi nelle proprietà dei privati per la vendita della legna da ardere in paese e nel circondario.

Qualche impresa produce anche cippato per la centrale termo elettrica di Laino.

Possiamo ben dire dunque che il legno è stato, è e potrebbe essere il nostro fiore all’occhiello, la nostra eccellenza.

Essendo una materia prima rinnovabile, potrebbe essere al centro dell’economia del paese se noi individuassimo e mettessimo a dimora le piante idonee al nostro territorio.

Una pianta idonea potrebbe essere il pioppo, oltre naturalmente alle essenze presenti nei boschi comunali e dei privati cittadini. Il pioppo era molto presente nei pantoni, nella piana Mulino ai lati di torrenti. In questi terreni potrebbe tornare per una moderna pioppicoltura redditizia. Oggi, chi ha una piantagione con mille piante di pioppo per il taglio si porta a casa centomila euro. Il legno di pioppo è un materiale versatile, è diminuito nel comparto dell’imballaggio ma è cresciuta la produzione di compensato per falegnameria, mobili, allestimenti di fiere e camper. Inoltre la pioppicoltura potrebbe essere una grande opportunità sul piano dell’ecologia per le sue numerose qualità. È un fissatore dell’anidride carbonica riducendo così l’inquinamento e poi è un presidio delle golene rallentando e drenando il flusso delle acque dei fiumi. Ricordo le famose “ntrpanaet” argini lungo i fiumi e torrenti per contenere le piene fatte tra l’altro con piante.

A questo punto non resta altro che metterci al lavoro per creare occupazione, ricchezza e poi produrre, produrre e produrre. Va bene il turismo, ma non possiamo trascurare le risorse che abbiamo per un’agricoltura, selvicoltura e zootecnia di qualità. Ritengo che l’attore principale in un piccolo paese debba essere l’Amministrazione Comunale di concerto con la Regione e le varie associazioni presenti sul territorio. Non possiamo aspettare solamente il finanziamento per adeguamento, ristrutturazione di opere esistenti che a volte sono anche mal utilizzate. Se vogliamo sopravvivere ogni Comune deve pensare a creare occupazione stabile e produttiva.

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