Werner Herzog e Il crepuscolo del mondo

Eclettico, originale nel suo modo di sentire e comunicare: i suoi immortali film e anche i suoi libri sono il caleidoscopio che Werner Herzog adotta per scrutare l’uomo. E così, durante la pandemia, ha accelerato il suo modo di esprimersi coi suoi “mezzi”, (due libri e altri due film) sebbene sostenga che predilige molto dormire.                                                                                           

Herzog ha presentato al recente Salone del Libro di Torino Il crepuscolo del mondo (Feltrinelli) e, colloquiando con Tiziana Lo Porto, si apprendono ulteriori aspetti di questo Genio onirico. Settantanovenne, il maestro bavarese si dice convinto che l’unica maniera che l’uomo ha per conoscere il mondo è quello di camminare a piedi, e lo ha fatto da Monaco a Parigi, anni fa.             

La sua vita è un film, ed è quello che ha offerto agli occhi dello spettatore, accompagnandolo nella propria concezione di limite. L’esperienza della ipnosi, e poi con Fitzcarraldo (1982) che fa issare una nave sulla cima di una montagna sulle note di Caruso. Herzog intreccia le fila del passato parlando dell’uomo moderno. Ha pure presentato il film La cava dei sogni dimenticati (2010) dedicato alla Grotta Chauvet in Francia che contiene graffiti di 32mila anni or sono.

Il suo ultimo libro, Il crepuscolo del mondo è la storia dell’ultimo soldato giapponese che difese una piccola isola delle Filippine, convinto che la guerra contro gli americani fosse ancora in corso, invece era finita da oltre vent’anni. Herzog ha conosciuto quel soldato, Hiroo Onoda, il quale “ha interpretato male tutti i segnali lanciati dal mondo. Pensava che la guerra fosse ancora in corso ma si trattava di un’altra guerra, quella del Vietnam. Si potrebbe dire che Hiroo Onoda si sia costruito una vita completamente fittizia, con poche attinenze con la realtà”.                                                                                               

Nel 1997 era a Tokyo per una delle sue regie di teatro d’opera. Il compositore, uomo molto popolare in Giappone, gli comunicò che l’imperatore avrebbe voluto incontrarlo. Ma Herzog rispose che non avrebbe saputo proprio di cosa parlare con lui. E gli chiese invece che avrebbe desiderato incontrare Hiroo Onoda: la sua venerazione per uomini fuori dal comune o dalla “storia”.

Appassionato di musica antica non poteva ignorare il madrigalista Gesualdo da Venosa, personaggio inquieto: girò nel 1995 un film-documentario dal titolo “Gesualdo: Morte a cinque voci” in cui ripercorre i luoghi di origine in Basilicata. Herzog predilige la musica che – confessa – “ha influenzato la mia maniera di fare cinema più di qualunque altra arte.” E’ uomo di immensa cultura, legge correntemente latino e greco, adora il Virgilio delle Bucoliche. E’ enciclopedico: ammira le arti figurative del tardo Medioevo e la maniera di lavorare in quel periodo, da artigiani: “prima di Michelangelo, gli scultori non si definivano artisti ma intagliatori.”     

                                                                              

Un’ultima battuta riguarda il calciatore Franco Baresi. “Non ci siamo mai incontrati, l’ho sempre ammirato per la sua integrità. Giocava a calcio anche quando non toccava il pallone, nessuno andando indietro nel tempo e nello spazio leggeva il gioco meglio di lui. Ecco berrei volentieri un bicchiere di vino con lui. Anche senza parlare”. Franco Baresi interpreta lo spazio e ne fa simulacro della vita, nella gioia e nel dolore.                                         

E’ bello chiudere con il calcio che rimane “il recupero settimanale dell’infanzia” (secondo Javier Marias).                                                 

Vista da Herzog, vita da Herzog.

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