Nel centenario della nascita di Francesco Cudemo, l’eroico IMI che partecipò alla resistenza passiva e che divenne sindaco DC di Sant’Arcangelo

Ho ritenuto doveroso ricordare Francesco Cudemo nel centenario della sua nascita attraverso le parole del figlio Gennaro che ha definito giustamente il padre “eroe del quotidiano per la solidità dei suoi valori e la tenacia nel dedicare un’intera vita agli altri.”

Ricordo, giovane dc, quando andavo nella sezione di Sant’Arcangelo, negli anni 70-80, il suo sguardo buono, mite, pacifico sempre prodigo a dare consigli. Ha dato e profuso tanto non solo per la sua famiglia ma anche per tutta la comunità si Sant’Arcangelo.

Apparteneva alla categoria di coloro che sono cercati dalla politica, non avevano pretese, partecipe di una generazione di cattolici impegnati in politica, dove lo stile di vita valeva molto di più di molte parole vuote. La sua storia personale, così ricca e significativa, è identica alla storia di tanti non solo nella DC ma in tutti i partiti, segnata da un percorso di vita fatta da sacrifici, impegno e militanza politica.

Il successo dei partiti era dovuto proprio a questi uomini come Francesco Cudemo che nella loro vita ordinaria sono stati straordinari e modello per le nuove generazioni. Ricordare lui oggi è ricordare un po’ tutti quei dirigenti politici degli anni 60-80, toglierli dall’obliò, che hanno servito le loro comunità con passione e grande onestà e sono stati la vera grande forza ed energia della DC lucana.

Giuseppe Molinari

Il 15 luglio 1922 a Sant‟Arcangelo (PZ) nasceva Francesco Cudemo, ultimo figlio di Michele e di Rosa Scardaccione.

Del “maestro Cudemo”, come lo chiamavano rispettosamente in paese, molti ricordano l‟impegno politico e amministrativo che ha consolidato la presenza della D.C. negli anni „60 e „70 a Sant‟Arcangelo.

Rimase orfano di padre all‟età di 5 anni; dopo questo tragico avvenimento la famiglia fu guidata dalla mamma, donna laboriosa ed energica.

Francesco frequentò, spinto da grande forza di volontà, la scuola pubblica di Sant‟Arcangelo, conseguendo la licenza elementare nel 1932 con buoni voti.

Il suo maestro gli consigliò di interrompere gli studi, come abitualmente accadeva per i figli dei contadini, perché allora neppure Sant‟Arcangelo disponeva di istruzione post-elementare; perciò il destino del ragazzo sembrava segnato: avrebbe dovuto seguire le orme della famiglia paterna, diventando un “massaro di campo” come lo aveva fatto il padre, il nonno e come lo avevano fatto tutti i suoi avi, oppure diventare muratore come nella tradizione della famiglia materna.

Il profondo e vivo desiderio di conoscenza, nonché la volontà di riscatto socio-culturale portarono Francesco ad intraprendere la sua prima esperienza lavorativa a 12 anni, come scrivano avventizio presso il Regio Ufficio del Registro di Sant‟Arcangelo. Dopo qualche tempo il Procuratore, ammirandone le doti e preoccupandosi del suo avvenire, lo spinse a proseguire gli studi. Così Francesco iniziò a chiedere insistentemente alla madre di poter continuare a studiare.

La mamma, non avendo la disponibilità economica per accontentare il figlio, supplicò il cognato sacerdote, don Francesco Cudemo, il quale era stato docente di matematica alla fine degli anni ‟20 presso il Liceo-Ginnasio del Seminario Pontificio Regionale di Potenza, di far frequentare al ragazzo la scuola privata che egli aveva istituito a Spinoso, dove preparava da privatisti alcuni giovani e dove esercitava il suo ministero di parroco.

Quindi Francesco si trasferì a studiare dallo zio per poi affrontare da privatista gli esami di maturità classica.

Lo zio sacerdote, che era cresciuto sotto la guida di Sua Ecc. mons. Giovanni Pulvirenti, vescovo di Anglona-Tursi, seppe trasmettere al ragazzo la passione per gli studi classici greci e latini e per gli insegnamenti evangelici. Furono questi gli imprescindibili pilastri della sua formazione e dell‟intera sua vita, tramite i quali egli riuscì a demolire definitivamente l‟indottrinamento fascista che aveva subìto precedentemente nella scuola elementare.

La testimonianza quotidiana dello zio gli fece capire che ogni individuo è chiamato a rispondere primariamente alla propria coscienza, ad amare la libertà e la democrazia, ad aiutare nella quotidianità gli altri, specialmente chi è più debole o “invisibile”.

Con questa cultura e con questi ideali conseguì la licenza liceale classica.

Il 1° luglio 1942 venne chiamato a visita di leva per essere arruolato nel Regio Esercito Italiano. Trasferito nella 23a Compagnia Teleradio il 15 maggio 1943, fu poi imbarcato a Bari il 22 luglio per il Montenegro, nei Balcani.

Fu catturato e fatto prigioniero dai nazisti a Cettigne il 10 settembre 1943, quando apparteneva alla 23a Compagnia Teleradio “Ferrara”. Davanti a sé aveva tre strade: collaborare con i nazifascisti, salvando così la propria vita, ma venendo meno ai valori fortemente radicati in lui, tra cui l‟amor di patria; fuggire sulle montagne vicine e schierarsi dalla parte dei partigiani jugoslavi, che però erano stati fino al giorno prima acerrimi nemici; non collaborare con i tedeschi e iniziare una forma di Resistenza passiva che lo avrebbe esposto quasi certamente alla morte, ma che non lo avrebbe portato ad uccidere nessuno, come gli imponeva il suo autentico Cristianesimo. Fu quest‟ultima la via che Francesco scelse insieme alla maggior parte dei 500 soldati catturati con lui.

Osserva acutamente Giorgio Rochat nella prefazione a M. Avagliano, M. Palmieri, Gli internati militari italiani, diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945, Torino (2009), Einaudi: “La patria […] continua a vivere tra i militari che non si arrendono ai tedeschi, tra i giovani che salgono in montagna per la guerra partigiana, tra i soldati che nei lager tedeschi rifiutano a caro prezzo la guerra nazifascista”.

Francesco divenne, così, un IMI (Internato Militare Italiano) e fu deportato nel lager di concentramento Dulag 172 presso Belgrado con matricola 12197, successivamente trasferito presso Zagabria nel Dulag 161.

Infine fu liberato il 10 maggio 1945 dai partigiani titini, ma venne fatto prigioniero dagli stessi e internato nel campo di concentramento di Borovnica, nei pressi di Lubiana.

Liberato definitivamente dalla brigata “Italia” della “Garibaldi” il 15 giugno 1945, riuscì a passare il confine e ad arrivare a Trieste, dove il vescovo mons. Santin si premurò di accudire e curare tutti i prigionieri rientrati in Italia. Francesco era in condizioni fisiche assai precarie: aveva 23 anni e pesava solo 43 chili, a causa di un avanzato deperimento organico che gli procurò anche la perdita di alcuni denti. Dopo un periodo di quarantena affrontò un faticoso e lungo viaggio di alcuni mesi per tornare finalmente a casa, dove poté riabbracciare la sua adorata madre e iniziare un percorso di riabilitazione fisica e morale. Decise, però, di non dimenticare mai la sua esperienza di prigionia, ma di farne tesoro per dare ancora il suo contributo alla ricostruzione libera e democratica del proprio Paese dalle macerie fisiche e morali.

Francesco Cudemo – Decio Scardaccione – Emilio Colombo

La dittatura sia nazifascista che comunista influenzò sensibilmente le sue scelte politiche di moderato dell‟area di centro; l‟esperienza terribile della guerra e il suo deciso “NO” alla collaborazione con i nazisti corroborarono la sua fede in Dio e la ricerca del bene comune nell‟incontro quotidiano con la gente. Francesco partecipò, infatti, attivamente alla vita ecclesiale e associativa di S. Arcangelo con l‟Azione Cattolica, sia a livello parrocchiale (presso la chiesa madre di S. Nicola di Bari), collaborando con l‟allora parroco don Antonio Cesareo, che diocesano. Intrattenne ottimi rapporti con i sacerdoti e i vescovi che svolsero il loro ministero nella diocesi di Anglona-Tursi, ai quali non fece mai mancare il suo supporto, stando tuttavia sempre attento a non strumentalizzare la religione per ottenere facili consensi.

Consumate, poi, le prime esperienze universitarie nella facoltà di legge della “Federico II” di Napoli, che dovette interrompere per mancanza di mezzi economici, affrontò il primo concorso da Segretario Comunale che vinse a pieni voti, impiegando la conoscenza amministrativa nello studio del notaio D‟Amelio di Castronuovo S. Andrea alla fine degli anni „40.

Ma la sua passione era la scuola, per cui, quando vinse il concorso magistrale, scelse di servirla per oltre quarantadue anni, con amore di vero educatore e forgiatore della coscienza dei fanciulli, qualità che gli valsero la devozione e l‟attestato di stima di intere generazioni.

Il suo interesse principale era, infatti, la formazione delle coscienze dei giovani e alla fine degli anni „40 divenne presidente della “Società Dante Alighieri” di Sant‟Arcangelo; istituì, inoltre, un centro di lettura, fornito di oltre 2000 volumi, collocato nel rione Convento e che fu poi frequentato sia da giovani che da meno giovani.

Il suo attaccamento ai più deboli ed ai più umili lo spinse anche a rendere loro un servizio sociale attraverso una proficua opera di assistenza ed il disbrigo di pratiche documentali, sempre a titolo gratuito. Divenne Presidente dell‟ E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) negli anni ‟50 -‟60.

All‟inizio degli anni „50 si iscrisse al partito della Democrazia Cristiana, dove fece opposizione all‟allora amministrazione comunale di Sant‟Arcangelo, capeggiata dai monarchici.

Nella seconda metà degli anni „50 fece parte ininterrottamente fino alla fine degli anni „80 del direttivo del partito della D.C.

Foto di piazza Mario Pagano durante i comizi di Emilio Colombo

Nelle elezioni amministrative del 1956 appoggiò calorosamente la candidatura di Giuseppe Cudemo, dottore in farmacia e professore, in modo tale da dare alla comunità di Sant‟Arcangelo un volto nuovo che provenisse dal popolo. Questa scelta risultò vincente perché portò ad una grande affermazione dei democristiani e Giuseppe Cudemo, eletto nel consiglio comunale, fu il primo sindaco a guidare una giunta democristiana monocolore a Sant‟Arcangelo.

Nel 1959 Francesco sposò Ada Caterina Viviano, da cui ebbe 3 figli, che crebbe con grande amore e secondo i suoi solidi princìpi.

Tra il 1960 e il 1964 fece la sua prima esperienza amministrativa come assessore con delega alla pubblica istruzione nella giunta del sindaco democristiano, avv. Antonio Lavitola; lì si misero le basi per la costruzione del nuovo edificio della Scuola Elementare di Corso Umberto I .

All‟interno del partito vi furono due anime: quella “dorotea”, vicina all‟on. Emilio Colombo, e quella progressista e riformista della sinistra democristiana, denominata “corrente d‟impegno”, guidata dall‟ on. Aldo Moro e poi dall‟on. Ciriaco De Mita a livello nazionale, e a livello locale dal sen. Decio Scardaccione e dall‟on. Angelo Sanza.

Francesco tenne una posizione di equilibrio durante tutto il suo mandato da segretario politico della locale sezione della D.C., che espletò da marzo 1973 (subito dopo la tragica morte del cugino, ins. Giambattista La Grotta, che lo aveva preceduto nell‟incarico) fino a giugno 1975, prima della sua elezione a sindaco.

Durante quest‟esperienza politica il confronto all‟interno della D.C. era caratterizzato da un‟accesa dialettica, da assemblee nei fine settimana, con seminari guidati da referenti politici, provinciali e regionali, sempre però nel rispetto del confronto democratico e del principio di lealtà.

I problemi della comunità di Sant‟Arcangelo si affrontavano attraverso un dibattito nel partito e con l‟intervento decisionale delle istituzioni; in particolare Francesco si faceva sempre carico dei problemi di tutti, specialmente delle categorie deboli, perorando presso le istituzioni locali, regionali e nazionali la causa dei bisogni collettivi e dei singoli.

In ultimo ricordiamo di lui il ruolo di sindaco del Comune di Sant‟Arcangelo per nove mesi: fu eletto il 15 giugno 1975 e capeggiò la sinistra democristiana del paese, favorendo l‟apertura verso i socialisti e la nascita della prima amministrazione santarcangiolese a guida democristiana con il P.S.I. Nella prima seduta risultò eletto con 12 voti su 20 grazie ai suffragi della D.C. e del P.S.I., mentre votarono contro gli esponenti del P.C., del P.S.D.I. e del M.S.I.-D.N.

 

Dopo la sua elezione a sindaco si dimise da segretario politico della D.C. e si schierò diventando referente della “corrente d‟impegno”.

Ad affiancarlo nel suo lavoro di amministratore furono chiamati, quali assessori appartenenti alla D.C., Antonio De Fino, Michele De Filippo, Pietro Infantino, Giuseppe Cudemo, Enrico Giannasio, oltre al consigliere di maggioranza, sen. Decio Scardaccione; invece Giuseppe Rizzo del P.S.I. ricoprì il ruolo di assessore anziano.

L‟azione di governo cittadino fu sintetizzata in tre punti strategici:

1) attuazione e completamento dei servizi sociali allora carenti;

2) introduzione di uno sportello di ascolto per migliorare il rapporto istituzioni-cittadino,

nell‟efficientamento dell‟apparato burocratico e amministrativo del Comune, in modo che ogni singolo utente avesse risposte inequivocabili e veloci;

3) superamento del piano di fabbricazione e del regolamento edilizio, redatto nel 1968 per il rione S. Brancato, con un nuovo strumento urbanistico che desse ordine e certezze ai cittadini.

Infine diede le sue dimissioni da sindaco dopo nove mesi, quando si rese conto che, per poter continuare ad amministrare la cosa pubblica, doveva venir meno ai suoi principi etici e morali, costretto a lottare persino contro alcune frange dello stesso partito che disattesero il principio di lealtà.

Per l‟alto senso di responsabilità e di rispetto delle istituzioni Francesco fece un passo indietro e si dimise da sindaco, senza però far mancare mai il suo appoggio alle amministrazioni che seguirono dopo di lui.

Morì a Sant‟Arcangelo il 29 novembre del 1995, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia e in tutto il paese.

Se non è questo un eroe del quotidiano per la solidità dei suoi valori e la tenacia nel dedicare un‟intera vita agli altri, chi allora lo è?

Non certo soltanto chi assurge agli onori delle pagine dei libri, ma anche chi, formato alla scuola della sofferenza e del sacrificio, sa cogliere e soddisfare i bisogni degli altri, promuovendone i buoni costumi e le migliori scelte etiche.

Tutto ciò lontano dal fragore della notizia, dall‟esercizio della forza e della prepotenza, ma con l‟amorevolezza di chi sente forte la chiamata a formare coscienze nuove e libere.

Sant’Arcangelo Francesco Cudemo sindaco

Il maestro Cudemo ha saputo dare con autentica generosità, nel silenzio, nella discrezione, nelle forme usuali della vita, avendo come faro Dio e la fiducia negli altri; di lui vogliamo ricordare le alte qualità e la profonda rettitudine civica.

È stato insignito della medaglia d’onore alla memoria dal Presidente della Repubblica Italiana il 2 giugno 2015 con la seguente motivazione:

“Medaglia d’onore al cittadino italiano Francesco Cudemo, militare, fatto prigioniero, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all’onore di militare e di uomo”.

Gennaro Cudemo

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