Premio Oscar 2024 Film Internazionali – Garrone non ce la fa – Statuetta al capolavoro La zona d’interesse

Da estimatori del cinema di Matteo Garrone e del suo Io capitano siamo certo dispiaciuti, da amanti del grande cinema siamo felici per la vittoria dell’Oscar ai film internazionali per The Zone of Interest (La zona d’interesse) del londinese Jonathan Glazer.

Le altre opere che compongono la cinquina, tutte eccellenti sono: oltre a Io Capitano, Perfect Days di Wim Wenders (Giappone); Society of the Snow (La società della neve) di Juan Antonio Bajona (Spagna) passato a Venezia lo scorso anno; The Teachers’ Lounge (La sala professori) di Ilker Catak (Germania), regista di origine turca. La zona di interesse è dunque un capolavoro. Macchina ferma e colori a tutto schermo, prolungati fino allo sfinimento. Musica estenuante: raccontare l’orrore con la apparente armonia di una famiglia è davvero l’innovata visione dell’Olocausto mediante un cinema asciutto pulito ma stracolmo delle lordure che solo individui immondi (bastardi senza gloria per citare Tarantino) hanno saputo realizzare. Il film di Jonathan Glazer o quello di Wim Wenders Perfect Days, o il recente film di Kaurismaki non sono realizzati per condiscendere il pubblico, non devono piacere o essere gradevoli nel giudizio comune. L’opera d’arte è tale per linguaggio, per aver osato, per definizione concettuale, e dunque lasciare un segno nel mondo contemporaneo. Ogni persona con un pizzico di umanità non può non restare sconvolto da La zona d’interesse, un film crudele, irritante, eppure geniale. Lunghe pause di schermo buio, rumori e cinguetti “accolgono” lo spettatore e talvolta schermo rosso (come il colore di un fiore, come del sangue.) Anche il sonoro è sgradevole, appunto. Tutto è organico al concetto: infastidire lo spettatore, porre distanza e barriere da quell’orrore. Questo lo deduciamo dopo averlo visto, 105 minuti di tunnel nel mondo orribile da Hans e Gretel (enunciato nella sceneggiatura), fino ai colori più nitidi del finale, nel museo della Shoa: immagini rilassanti perché “finalmente” la storia si è consumata. L’autore inglese riprende il romanzo di Martin Amis, sceneggiandolo oltremodo di “normalità”. Rudolf Höss è il direttore del campo di sterminio di Auschwitz, e con la sua giovane famiglia vive in una villa con giardino. Ma la villa è solo al di là di un muro a ridosso del campo stesso, da dove urla e spari ne connotano la terribile realtà. Una famiglia qualunque: lui va al lavoro, lei cura il giardino e i figli giocano in piscina, mentre inservienti governano le faccende domestiche. La promozione di Rudolf per “gli obiettivi raggiunti” come nel moderno linguaggio aziendale. La soluzione finale. Ennesima ricostruzione della banalità del male, nella sensazionale “separazione fra percezione soggettiva e realtà oggettiva.” Qui siamo alla negazione del male, nella resa quotidiana di una famiglia borghese. Scrive altrove lo scrittore israeliano David Grossman: “Probabilmente dovevamo attraversare il l’inferno per arrivare ad un punto dal quale si può vedere, in una giornata limpida, il limite estremo del paradiso”.

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