Giovanni Petruzzi
Essendo, sin dagli albori della mia militanza politica a sinistra, un fervente sostenitore del primato e dell’autonomia della politica, ho sempre guardato con freddezza al totem delle primarie, agitato, troppe volte strumentalmente, quale simbolo identitario di un centrosinistra imborghesito. Un centrosinistra che, progressivamente, ha rinunciato a selezionare la propria classe dirigente attraverso la lenta ma solida gavetta della militanza di base — nelle sezioni, nei circoli, nelle amministrazioni locali — per imboccare la scorciatoia dei gazebo. Luoghi nei quali, nel migliore dei casi, avventori occasionali decidono le sorti di un campo politico e, nel peggiore, si consumano vere e proprie incursioni del fronte opposto: come se i tifosi dell’Inter scegliessero l’allenatore della Juventus con l’obiettivo di condannarla all’irrilevanza sportiva.

Questa “mistica delle primarie” ha assunto, negli anni, i contorni di una religione civile: indiscutibile, autoassolutoria, apparentemente democratica. Eppure, proprio questa apparente democraticità nasconde una fragilità strutturale. Le primarie non sono, di per sé, uno strumento di partecipazione popolare autentica, ma piuttosto un dispositivo che rischia di svuotare i partiti della loro funzione originaria: quella di essere comunità politiche organizzate, capaci di elaborazione culturale e selezione meritocratica della leadership.
Il problema non è soltanto organizzativo, ma profondamente politico. Le primarie, nella loro versione più spettacolarizzata, tendono a premiare la notorietà, la capacità comunicativa immediata, talvolta il carisma superficiale, a scapito della competenza, dell’esperienza amministrativa e della solidità programmatica. Si afferma così una logica plebiscitaria che mal si concilia con la complessità della rappresentanza democratica.
Non è un caso che, dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale, con un tempismo degno del miglior Speedy Gonzales, Giuseppe Conte abbia rilanciato l’idea delle primarie per designare il candidato premier del campo progressista. Una proposta che, oltre a risultare politicamente discutibile, appare istituzionalmente dissonante. La Costituzione italiana, infatti, non prevede alcuna elezione diretta del Presidente del Consiglio: la sua nomina è prerogativa del Presidente della Repubblica, che opera sulla base degli equilibri parlamentari emersi dalle elezioni.
Insistere sulla figura del “candidato premier” scelto attraverso le primarie significa, di fatto, introdurre surrettiziamente una logica di investitura diretta che si avvicina pericolosamente a quel “premierato forte” tanto criticato quando proposto da altre forze politiche. È una contraddizione evidente: da un lato si difende la centralità del Parlamento e il ruolo di garanzia del Capo dello Stato, dall’altro si legittima una dinamica che tende a svuotare entrambi.
Ma c’è un ulteriore elemento da considerare. La mitologia delle primarie ha finito per sostituire la politica con il rito. Si convoca il popolo ai gazebo come si parteciperebbe a una liturgia, nella convinzione che la partecipazione numerica sia di per sé sinonimo di qualità democratica. Tuttavia, senza una reale discussione politica, senza una struttura organizzata che formi e selezioni la classe dirigente, la partecipazione rischia di diventare un gesto vuoto, facilmente manipolabile e privo di reale incidenza.
Recuperare il senso della politica significa, allora, avere il coraggio di mettere in discussione questo totem. Non si tratta di negare ogni forma di consultazione popolare, ma di restituire centralità ai partiti come luoghi di elaborazione e selezione. Significa tornare a investire sulla formazione politica, sulla militanza, sulla costruzione di una classe dirigente radicata nei territori e capace di interpretare i bisogni reali della società.
La sinistra, se vuole tornare a essere tale, deve liberarsi dalla fascinazione delle scorciatoie e riscoprire il valore della complessità. Le primarie, da strumento potenzialmente utile, sono diventate nel tempo un feticcio identitario. E come tutti i feticci, rischiano di nascondere più di quanto rivelino.
Forse è arrivato il momento di rompere questo incantesimo.
Giovanni Petruzzi
Presidente dell’Associazione Culturale “L’Alternativa” e già Sindaco di Anzi