Leonardo Pinto
Il 25 luglio 1943 rappresenta uno dei momenti di svolta più drammatici e decisivi della storia italiana del Novecento.
In quella notte, al termine di una seduta-fiume del Gran Consiglio del Fascismo durata oltre dieci ore, venne approvato l’Ordine del Giorno Grandi. Un documento che, di fatto, segnò la caduta del regime fascista e l’inizio della fine della dittatura di Benito Mussolini.

Quali furono le vere motivazioni che ispirarono tale iniziativa e quali conseguenze scatenò?
Per comprendere la genesi dell’atto presentato da Dino Grandi (allora Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni), è necessario guardare oltre la propaganda dell’epoca.
Nel luglio del 1943 l’Italia era un Paese in ginocchio. Lo sbarco alleato in Sicilia (Operazione Husky) del 10 luglio, con la collaborazione di Lucky Luciano e la ricomparsa prepotente del potere mafioso, aveva dimostrato che il fronte interno era crollato e che le forze armate non erano più in grado di contenere l’avanzata anglo-americana. I bombardamenti sulle città italiane — tra cui quello devastante su Roma del 19 luglio — avevano distrutto il morale della popolazione.
LA VERA SPINTA: L’AUTOCONSERVAZIONE POLITICA
La vera ragione che animò Grandi e gli altri gerarchi “frondisti” (come Giuseppe Bottai e Galeazzo Ciano) fu un disperato tentativo di autoconservazione politica. Tutelare la classe dirigente: I gerarchi compreso che legare il proprio destino a quello di Mussolini (e di conseguenza a quello di Adolf Hitler) avrebbe portato alla totale distruzione del Paese e della loro stessa casta.
L’Ordine del Giorno chiedeva formalmente il ripristino di tutte le funzioni statali previste dallo Statuto Albertino e invitava il Re Vittorio Emanuele III ad assumere il «supremo comando delle forze armate». Nei fatti, si trattava di scaricare sul Sovrano la responsabilità politica di gestire l’uscita dalla guerra.
Nelle settimane precedenti vi erano stati fitti contatti informali con ambienti della Real Casa, con l’esercito e con la Santa Sede. L’obiettivo sotterraneo non era instaurare la democrazia, bensì operare una sorta di “fascismo senza Mussolini” o un regime autoritario conservatore guidato dai militari, in grado di negoziare una pace separata con gli alleati.
Mussolini, convinto di poter ancora dominare l’assemblea o sottovalutando la determinazione dei suoi oppositori interni, lasciò scorrere il dibattito. Quando si arrivò alla votazione nella notte tra il 24 e il 25 luglio, l’Ordine del Giorno Grandi passò con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astensione. Tra i favorevoli figurava anche Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.
La sera del 25 luglio, Mussolini si recò a Villa Savoia per un colloquio con il Re, credendo di dover affrontare una semplice crisi di governo. Vittorio Emanuele III lo informò invece della sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio. All’uscita dalla villa, il Duce fu arrestato dai Carabinieri.
Le conseguenze dell’iniziativa di Grandi andarono ben oltre le intenzioni dei suoi promotori, scatenando una reazione a catena che travolse l’Italia.
LE CONSEGUENZE: DALL’ILLUSIONE ALLA TRAGEDIA
L’iniziativa di Grandi scatenò una reazione a catena incontrollabile:
L’illusione della pace: Alla notizia dell’arresto, la popolazione festeggiò abbattendo i simboli del regime. Il celebre proclama di Badoglio fu gelido: «La guerra continua».
Il caos dell’8 settembre: La gestione ambigua del governo Badoglio portò all’armistizio dell’8 settembre 1943, alla fuga della Famiglia Reale a Brindisi e allo sbandamento totale delle truppe italiane.
L’occupazione e la guerra civile: La Germania reagì occupando l’Italia centro-settentrionale, liberò Mussolini a Campo Imperatore e fondò la Repubblica Sociale Italiana (RSI). L’Italia si trovò spaccata in due, teatro di una sanguinosa occupazione e di una dura guerra civile.
I processi di Verona: I gerarchi che votarono contro Mussolini vennero bollati come “traditori”. Nel gennaio 1944, Ciano e altri quattro firmatari furono condannati a morte e giustiziati. Grandi riuscì a salvarsi fuggendo in Portogallo.

IL GIUDIZIO STORICO
L’Ordine del Giorno Grandi non fu un atto di eroismo democratico, ma un colpo di mano di palazzo maturato per tentare di salvare il salvabile di fronte a un disastro militare irreversibile. Abbatté dall’interno l’impalcatura del regime, innescando il percorso che ha portato — attraverso la guerra civile e il referendum del 1946 — alla nascita della Repubblica Italiana.
