Carmen Piccirillo
Ercole Botto Poala, classe 1971, dopo la formazione accademica e professionale in Italia e all’estero, inizia il suo percorso in Reda, occupando diversi ruoli e approfondendo la conoscenza di tutti i settori aziendali, dalla produzione al marketing, dal new business al design, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato. A partire dal febbraio 2016, ha ricoperto per oltre i quattro anni di mandato, la carica di presidente di Milano Unica, la fiera di riferimento dei tessuti e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo. Prima di diventare presidente di Confindustria moda, ha ricoperto per due anni la carica di vicepresidente. La storia di Reda ha inizio nel 1865, anno della fondazione dello storico lanificio a Valle Mosso, nel biellese, per opera dell’imprenditore piemontese Carlo Reda, ed è legata a quella dei fratelli Botto Poala, discendenti di una nota famiglia di tessitori E’ infatti nel 1919 che i fratelli Botto Poala acquisiscono lo storico lanificio, dando inizio al lungo percorso, che farà di Reda un punto di riferimento imprescindibile nel mercato tessile in Italia e all’estero. Reda gestisce e controlla l’intera filiera produttiva. Realizza il tessuto, inoltre, interamente Made in Italy. Riconosciuta come punto di riferimento nella produzione di tessuti in pura lana merino, Reda offre una vasta gamma di prodotti che spaziano dal classico al formale ai tessuti tecnici, con un comune filo conduttore: il rispetto dell’ambiente e della natura.

Reda rappresenta una tradizione di eleganza italiana che, nel tempo, ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria identità. Che cosa significa, oggi, essere eleganti? E quanto conta la capacità di coniugare tradizione e contemporaneità?
L’eleganza è un fattore intrinseco nell’essere umano, è una tematica di grande rilievo perché, appunto, è antropologica. L’abbigliamento è una forma di linguaggio: quando gli esseri umani indossano un abito, comunicano, inevitabilmente, un qualcosa, veicolano un interessante messaggio soggettivo. Si tratta, dunque, di un legame con il proprio io. La capacità di coniugare tradizione e contemporaneità conta tantissimo: senza tradizione non vi è identità, senza contemporaneità non vi è futuro.
Nel mondo del tessile, la sostenibilità è divenuta una necessità, ma rischia talvolta di trasformarsi in una semplice parola di marketing. Qual è, secondo lei, la vera sfida per un’azienda come Reda: produrre meglio, consumare meno o ripensare il rapporto tra moda, qualità e durata?
Il vero pericolo, attualmente, è che la sostenibilità diverrà un costo insostenibile per le aziende, soprattutto per come l’Europa sta affrontando questo tema a livello burocratico (…) Dobbiamo augurarci che non diventi un ostacolo insormontabile. Confermo che la vera sfida è proprio nel produrre meglio e consumare meno: i risultati, in questo modo, divengono sostenibili a livello di patto socio-economico all’interno di quest’ambito che ha come obiettivo quello di diffondere il benessere. La contraddizione è la seguente: il benessere è il peggior nemico della sostenibilità perché dove vi è benessere, vi è anche spreco. Bisogna ridisegnare, dunque, queste formule puntando al benessere riducendo gli sprechi.
Reda ha scelto più volte di dialogare con il mondo della cultura, dell’arte, del pensiero. Perché è importante, per un’azienda tessile, uscire dai confini del proprio settore e confrontarsi con la cultura? Qual è il connubio vincente tra arte, cultura e impresa?
Siamo un’azienda tessile che lavora nel mondo della moda, e siamo competitivi perché abbiamo un’etichetta- Fabric Made in Italy- che trasmette al consumatore molti valori. Il tutto è frutto del fatto che centinaia di anni fa, i mecenati hanno raccolto pittori, scultori, scienziati, investendo sulla bellezza. Il Rinascimento è l’origine del Made in Italy. Credo che le aziende che lavorano attraverso questo vantaggio, debbano investire nelle forme d’arte che ritengono più consone alla loro mission. L’eccellenza e il “bello” collimano con l’immenso valore della cultura.
A proposito di cultura, avete ottimamente accolto, per ventiquattro anni, un dipendente che ad oggi vi stima molto: il poeta, scrittore e personaggio televisivo Enrico Frandino. Negli ultimi tempi, grazie ai vari passi che ha mosso nel mondo della cultura, è stato definito il “poeta dell’anima”. Qual è il suo pensiero legato a Frandino?

Enrico Frandino ha una sensibilità molto acuta, è una persona immensamente profonda interiormente, e ho un bel ricordo della sua personalità. Lui lavorava nel reparto della tessitura, faticoso dal punto di vista fisico e mentale: il fatto che lui sia riuscito a non perdere o snaturare la propria anima sensibile all’interno di un contesto più pragmatico -e non totalmente affine alla propria spiritualità- lo ha reso e lo rende ai miei occhi una bella persona, resiliente e flessibile. Ricordo con piacere la sua gentilezza, la sua educazione.