Armando Lostaglio
Figlio, per quanto ti è possibile, non privarti di un giorno felice”. Questa frase del Libro del Siracide è una delle citazioni bibliche più amate da papa Francesco, che in questa riflessione sul volto sorridente di Dio, non si stanca di ripetere l’invito a “esser sempre lieti”, anche di fronte alle difficoltà, alle sofferenze, alle critiche e agli attacchi, dotandosi di quella leggerezza e autoironia che fanno di un individuo – uomo o donna – una persona autentica, pienamente umana.”

È la sintesi dal libro di Papa Francesco che ha ispirato il film DIO RIDE di Giovanni Veronesi, opera di chiusura fuori concorso della 83.Mostra d’arte cinematografica di Venezia. E’ un film che rimane impresso, drammaticamente, distintivo e caparbio nell’interrogarci sul chi siamo, perché esistiamo: dov’è Dio, raccolto nel particolare sereno di un sorriso, quello di un bambino. Ed esprime pure un umorismo leggero, capace di raccontare le fragilità dei sentimenti contro un potere che si fa violenza. L’innocenza sarà la salvezza? Al regista (per la prima volta a Venezia) interessano sensazioni più che risposte: tornare alle radici dell’illuminismo, nel cuore del 1600. La chiesa che incarna un potere temporale sempre meno vicino agli uomini, e l’innocenza senza scampo di un popolo dilaniato da guerre e pestilenza.
Frate Leopoldo (Pierfrancesco Favino, mastodontico) incarna la povertà francescana, come un guitto che recita il vangelo nella creatività dei gesti e del linguaggio, che diventa contagioso e mirevole verso gli
ultimi e i bambini. Di contro, il cardinale Maculani da Benevento (Silvio Orlando, grande anch’egli in un ruolo non inedito). Nel Seicento, dicevamo, la Chiesa predica in latino e governa con il rigore severo della dottrina. Fra Leopoldo da Casamacchia, nella sua purezza francescana, rompe gli schemi in maniera spontanea, parlando agli ultimi in dialetto umbro-toscano, allietando sul Vangelo con esempi elementari e una letizia alla portata di tutti.
Diventa esemplare il racconto del Cristo che cammina sulle acque e la fede che alimenta il cammino verso la fratellanza. Un Dio vicino agli uomini, capace anche di condividere le loro sofferenze e di ridere
insieme a loro. Ma questo appare eretico e blasfemo dal tibunale dell’Inquisizione. Anche perché le sue parole attirano folle di diseredati mentre le chiese si svuotano e questo crea allarme persino a Roma. Al
punto che il Papa si sente costretto ad affidare il caso al cardinale Maculani, già inquisitore di Galileo. Il processo diventa un intenso duello ideologico e un confronto sul potere e sulla libertà. Il Direttore artistico della Mostra Alberto Barbera ha voluto chiudere la Mostra “in crescendo grazie a questo film cui si deve la riuscita combinazione di ironia e leggerezza applicata a un tema tradizionalmente serio. Un registro che appartiene alla migliore tradizione di certo cinema italiano, troppo a lungo trascurato”. C’è un felice richiamo, infatti, nel finale del film di Genovesi, al Giordano Bruno di Giuliano Montaldo (1973) con il condannato che va al patibolo con la mordacchia. Interpretato magnificamente anche da Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi (nel ruolo di Papa Innocenzo X), la sceneggiatura impeccabile è firmata oltre che da Veronesi, anche da Nicola Baldoni, Gianluca
Bernardini, Nicola Deorsola con la collaborazione di Paolo Portone e Jean Jacques Ilunga. La ricchezza di vestigia antiche e di bellezze naturali che l’Italia vanta nel suo territorio – l’Italia centrale vero set naturale – e la grande esperienza nelle ricostruzioni storiche che il cinema italiano ha sempre vantato; la competenza di un cast tecnico d’eccellenza che ha curato l’ambiente con splendide scenografie e caratterizzato i personaggi con costumi e acconciature accurate; infine la fotografia calda e realista che arricchisce un décor già di per sé affascinante. Insomma un film ben riuscito. Peccato che sia inserito fuori concorso. Alla nostra domanda fatta al regista in conferenza stampa: non teme che il film possa essere letto da qualche voce retriva come un attacco alla Chiesa, ci ha risposto che non c’è nessuna intenzione in tal senso, che è una storia collocata in una precisa fase storica, la metà del Seicento, in cui si avvertivano i bagliori di un Illuminismo capaci di cambiare il corso della Storia e con cui anche la Chiesa ha preso atto. Il film si chiude con un felice e ridente verso di Papa Francesco.