Fuocoammare. Il docufilm di Rosi

Fuocoammare_2In quell’isola così vicina all’Africa, che è “Porta d’Europa”, la vita degli abitanti scorre lenta: protagonista e compagno costante dell’esistenza dei lampedusani è il mare, quel mare in cui il padre e il nonno di Samuele  hanno navigato fin da bambini, mentre lui non riesce ad imparare a remare; quel mare dal quale il figlio di zia Maria trae sostentamento, nel quale si immergono i sub, sfidando anche le intemperie; quel mare che è però anche paura e speranza e, chissà quante volte, tomba, per chi scappa dalla fame e dalle guerre, cercando approdo sulle coste dell’isola.

Fuocoammare, il docufilm di Gianfranco Rosi che ha, meritatamente, vinto l’Orso d’Oro al festival di Berlino, è un lavoro che rompe gli schemi: a dispetto di quanto si possa immaginare, i protagonisti del docufilm non sono i migranti –  che pure sono presenti a più riprese all’interno della pellicola e il cui dramma si evince senza filtri nelle immagini autentiche degli sbarchi – ma gli abitanti di Lampedusa che con naturalezza, nel loro dialetto, interpretano se stessi. C’è Samuele, il bambino che, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi concittadini, al mare preferisce la terraferma ma che ascolta affascinato i racconti del padre e dell’anziana nonna, che ricorda di quando sembrava che il fuoco sorgesse dal mare, durante la guerra; c’è poi zia Maria, colta nei momenti della sua vita quotidiana di anziana casalinga, che ascolta continuamente la radio locale. Elemento di raccordo tra la quotidianità, che dalle riprese di Rosi pare quasi astorica, dei lampedusani e la tragedia che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo è Bartolo, medico dell’isola, che presta la prima assistenza ai migranti: racconta di quanti cadaveri sia stato costretto ad ispezionare e di quanto sia doloroso, ogni volta, dover constatare che il sogno di una vita migliore si sia trasformato in una morte terribile, ma dalle sue parole si evince anche la naturalezza dell’accoglienza, come dovere di ogni uomo nei confronti del suo simile. 

fuocoammareSeppure quasi nessuno dei protagonisti del film incontri direttamente i migranti, non si percepisce distacco tra gli isolani e le persone che arrivano dal mare, né tantomeno sommessa accettazione: gli sbarchi, i salvataggi, le emergenze, entrano a far pare della quotidianità, senza essere percepiti come elemento di rottura; forse perché, come il dottore protagonista delle riprese ha ripetuto in alcune interviste, i pescatori accolgono chiunque arrivi dal mare e, dunque, a Lampedusa nessuno può essere straniero.

Sebbene non siano costantemente presenti nel corso del lungometraggio, quelle immagini che Rosi ha ripreso mentre con la sua telecamera accompagnava i soccorritori, suscitano rabbia, sgomento e compassione: il registra raccoglie le testimonianze dei migranti non attraverso le parole, ma attraverso i loro volti; e quegli sguardi parlano all’Europa, ammonendola della necessità di ricominciare a mettere l’essere umano al primo posto. Ma quello che l’Europa finge di non capire, l’hanno capito, e lo mettono in pratica, da sempre i lampedusani: questo docufilm è un omaggio a loro e a chi accoglie, senza farsi troppe domande, nella consapevolezza che non si può abbandonare chi giunge in Europa lasciandosi guerre e carestie alle spalle, portando come bagaglio solamente la speranza.

 

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