PD: “Democraticamente” – Il carcere non è ancora la morte benchè non sia più la vita

Decidere di dire a un figlio: “Non vengo a casa perché sono in carcere” è una scelta complessa e una decisione ancor più sofferta è, per le madri detenute decidere di tenere con sé i propri figli o lasciarli a casa.

La Howard League for Penal Reform, un’Associazione britannica non governativa, ha stimato che ci sono circa 100.000 donne in carcere nei Paesi europei e che circa 10.000 sono i bambini sotto i due anni di età che vivono questa condizione. Un aggravio maggiore riconducibile alla detenzione in carcere è rappresentato dalle donne sottoposte al regime del 41 bis; la mia riflessione pone al centro del mio discorso la figura della donna in quanto, la stessa, è la genitrice che dà la vita e di particolare importanza è il suo compito di educatrice nella formazione dei propri figli sin dall’infanzia, fino a divenire un punto di riferimento di rilievo in età adolescenziale per la stessa prole.
Alcune donne, sottoposte al regime di 41 bis, sono deturpate della loro libertà e le condizioni in cui le stesse sono costrette a vivere fanno rabbrividire; il carcere inasprisce il loro carattere, le incattivisce, pone le stesse in una condizione di frustrante rassegnazione verso un destino che è già stato scritto, consapevoli delle conseguenze che avranno le scelte dapprima intraprese nella loro precedente vita.
Spesso, le stesse, sono costrette a vivere in pochi metri quadri di cella, sottoposte al totale isolamento, la solitudine spesso è la sola compagna di viaggio di queste donne e quell’incessante e impetuoso silenzio, a tratti stridente, è la melodia di quegli attimi di struggente dolore misto a commiserazione per la sorte che le attenderà.
Una statistica aggiornata al 28 febbraio 2021 afferma che le detenute presenti negli istituti penitenziari sottoposte a pena detentiva sancita dall’art. 41 bis c. p, presenti sul territorio italiano, sono venticinque e il numero dei figli al seguito ammonta a ventisette.
Anna Pangaro
La libertà è un qualcosa di lontano che possono solo sognare, il riabbracciare i loro cari è un desiderio che non si avvererà mai, la carezza dei loro figli un ricordo in cui rifugiarsi quando il dolore diverrà sempre più forte.
La mia analisi è volta all’osservazione di un principio di umanità che, spesso, con l’attuazione del regime di 41 bis viene a mancare. Determinate decisioni vengono prese nelle sedi opportune attraverso l’emanazione di giudizi che spettano alle figure competenti, ma ciò su cui faccio leva è l’importanza di figure determinanti per la psiche della persona, ovvero psicoterapeuti e psichiatri oltre che assistenti sociali, che facciano da tramite nel rapporto tra genitore e figlio e nell’analisi introspettiva della detenuta.
Vivere in condizioni igienico – sanitarie adeguate, avere degli incontri settimanali con figure competenti, incontrare i propri affetti può aiutare la persona favorendo la propria crescita personale così da condurla verso ciò che è giusto e ciò che non lo è, favorendo alla stessa la propria redenzione.
Concludo con una frase che possa condurre, ognuno di noi, alla riflessione su ciò che rappresenti la galera: “La prigione è il luogo dove si promette a noi stessi il diritto di vivere”.

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