Il Beato Livatino e l’idea di una giustizia umana “mite” e “riparativa” (La Parrocchia anno III n.3)

Scriveva un autore del XII secolo che i Giusti si collocano sotto la Croce, si pongono, cioè, “sub tutela divinae protectionis” e così si saziano dei frutti dell’albero della vita (Ugo di Fouilloy, De claustro animae, l. IV, c. 35 PL 176, 1174). Rosario Angelo Livatino è stato un Giusto e un giurista ed è, oggi, modello per chi crede e per chi pratica la scienza del diritto.

Mattia Arleo

La sua vita ha rappresentato la sintesi perfetta della imprescindibile unità tra ciò che perfetto è e ciò che a quella perfezione deve tendere. Ai credenti, il Beato Livatino dona, col suo esempio di vita, un primo messaggio: l’uomo, neppure il più facoltoso, può fare a meno di Dio.

Non a caso, egli era solito apporre – sotto la sua firma – l’acronimo “S.T.D.” (“Sub Tutela Dei”). In questo modo, si riconosceva imperfetto e consapevole che l’uomo e qualsiasi attività umana hanno in Dio la loro origine e il loro completamento.

Ai giuristi, poi, il Giudice Livatino trasmette un secondo messaggio che ricalca il primo: come l’uomo, anche la giustizia umana è imperfetta. Può tuttavia perfezionarsi alla luce della giustizia celeste.

In sostanza, come l’uomo deve tendere a Dio per riscoprire l’immagine che Dio ha impresso in lui, così la giustizia terrena deve recuperare la somiglianza con quella divina. “Giustizia” è un termine ambiguo, essendo utilizzato con significati diversi e, spesso, inappropriati, come pure inappropriate sono le funzioni che ad essa vengono attribuite.

Rosario Livatino

Quante volte si sente dire, soprattutto al verificarsi di crimini di particolare disvalore sociale, che è necessariofare giustizia”, “consegnare il colpevole alla giustizia” e altre affermazioni dello stesso tenore. E quante volte anche noi abbiamo corso il rischio di essere vinti dalla tentazione del “farci giustizia”.

Tali accezioni sottendono certamente una idea sbagliata di giustizia, essendo essa considerata strumento di vendetta.


Molte volte, inoltre, la medesima funzione è attribuita anche alla giustizia celeste. Si sente dire, infatti, “ci penserà Dio” o “Dio l’ha punito” o, ancora, “Dio mi ha punito”.

Si tratta di un’idea tutta umana e materiale della giustizia. Pensiamo questo perché il nostro modo di essere giusti è improntato alla vendetta, alla retribuzione, alla ripicca.

Eppure, un’idea di giustizia terrena di questo tipo fu superata già dagli antichi greci e di ciò se ne trova traccia nelle Eumenidi di Eschilo. Come noto, invero, per rendere plasticamente il passaggio dalla società arcaica – fondata sulla vendetta e sulla violenza – a quella moderna, Eschilo racconta della trasformazione delle Erinnidee vendicatrici – in Eumenidi – dee benigne, garanti della discordia civile e non più violenta – ad opera di Atena che chiede alle stesse di diventare protettrici della città di Atene. Ulteriore conferma di una tensione al recupero della “mitezza” della giustizia umana la si rinviene nel libro dell’Esodo, al capitolo 18, ove l’istituzione dei giudici supera la logica del farsi giustizia da sé.

È questa, dunque, l’idea di giustizia che dovremmo fare nostra. Una giustizia non “retributiva” ma “riparativa”, che sa distinguere il torto da chi lo commette e sa farsi carico anche dei vuoti del “criminale” che, come chi ha subito l’illecito, è prima di tutto persona.
Una giustizia che, al tempo stesso, non si piega ad una remissività incondizionata, ma che ripara il torto senza abbattere chi l’ha commesso.

Rosario Angelo Livatino

Il Beato Livatino – che sempre ha orientato il suo operato verso il fine di una giustizia “mite” – ci offre anche il collante che non può mancare per consentire all’uomo e alla giustizia umana di salvarsi o, meglio ancora, di “saldarsi” con Dio e con la giustizia perfetta: la credibilità. Il Giudice “ragazzino”, infatti, era convinto che il credente e anche “Il giudice nella società che cambia” dovessero essere prima di tutto credibili.
La credibilità è caratteristica propria di chi fa della sua vita l’immagine di ciò che professa con le parole.
Credibilità, quindi, è testimoniare ciò in cui si crede. E la testimonianza è autentica se comunica amore, oltre le parole, con i fatti, nella quotidianità.

I valori, i principii, la fede stessa che professiamo non possono rimanere “lettera morta”, ma devono “incarnarsi” nelle nostre esistenze e questa è la “incarnazione” che può cambiare la storia.

N.B.: chi è impossibilitato a reperire il cartaceo oppure desidera scaricare il giornale “La Parrocchia” basta cliccare sul link a seguire.

La Parrocchia Anno III nr. 3 Novembre 2022

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