Lettera aperta all’On. Sig.ra Stefania Giannini – Ministro della Pubblica Istruzione

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Stefania Giannini, ministro-2Della “Buona Scuola”

Lettera aperta all’On. Sig.ra Stefania Giannini

Ministro della Pubblica Istruzione

On. Ministro,

sono il padre di una docente che fino allo scorso anno ha insegnato lodevolmente nelle scuole superiori (Licei classici e scientifici), sia pur da precaria, e che, grazie alla pasticciata legge 107/2015, è stata assunta su una classe di insegnamento inferiore (A043), (praticamente dequalificata) con un punteggio di graduatoria molto basso, insieme ad altri colleghi (quelli della fase B), pur avendo acquisito nella sua classe di preferenza (A051) un alto punteggio.     
Molto meglio è andata agli insegnanti della fase C i quali, pur con punteggi più bassi in graduatoria rispetto ai colleghi della fase B, sono stati assunti sul potenziamento senza subire la fuoruscita dalla propria classe e, soprattutto, senza essere costretti ad emigrare forzatamente. Secondo il mio modesto punto di vista, se si voleva dare alla scuola un assetto equo e definitivo, bisognava procedere nella predisposizione di graduatorie nazionali- con gli opportuni accorgimenti- per i diversi gradi di istruzione, mettere tutti gli insegnanti sullo stesso piano, senza subdoli favoritismi, rispettando le competenze e i diritti acquisiti, ed evitando di creare disagi e dissesti familiari. La scuola, come ogni ambiente di lavoro, funziona bene se chi vi agisce si trova a proprio agio e ne trae motivazione e soddisfazione. Ciò, naturalmente, torna a tutto vantaggio della collettività: diversamente si crea malcontento e i risultati diventano scadenti e svantaggiosi per la Comunità, soprattutto per gli studenti. Queste cose bisognava e bisogna chiedersele nei momenti decisivi, e la legge 107, se bene orchestrata, poteva costituire davvero un’occasione di svolta nel modo di amministrare la Cosa Pubblica da sbandierare come esempio di buon governo. 

Filippo Di Giacomo

Filippo Di Giacomo

       
Così com’è stata fatta, invece, è un vero e proprio pasticcio: una “ciambella senza buco”, appunto. Non si vive di solo pane: non basta dare un posto a chi ne ha bisogno, ci vuole anche dell’altro: il rispetto per le persone e per la professionalità, per esempio. Ha ragione Pino Aprile (Terroni) quando dice che noi del Sud siamo considerati minoritari dallo Stato: è così dall’unità d’Italia in poi: il Meridionale, se vuole il lavoro deve emigrare, andare al Nord, lasciare la propria famiglia, i figli in età scolare che hanno ancora bisogno dell’assidua presenza dei genitori. Profughi a vita, insomma. E a ciò bisogna aggiungere anche la beffa del danno economico: 1300 euro lo stipendio, col quale bisogna pagarsi il vitto, l’alloggio e i viaggi di andata e ritorno settimanali dalla sede di servizio (Roma, dove è stata “confinata” mia figlia, a 600 km di distanza da casa, chissà per quanti anni ancora), più il costo dei biglietti dell’autobus per muoversi all’interno della città. Un’elemosina come vede.                 
Ciò che fa rabbia, è il modo con cui si affrontano i problemi: un modo ambiguo e ingarbugliato, non solo nella scuola, che non favorisce certamente comportamenti virtuosi da parte dei cittadini.              
La conoscenza non approfondita delle annose questioni che affliggono la scuola, l’inesperienza, e a volte l’approssimazione, fanno il resto. E questa Lei la chiama “Buona Scuola”? Se permette, lo dico da ex insegnante: quest’espressione è un’iperbole e sa di retorica. Le assunzioni andavano fatte, ma con gradualità, senza stravolgimenti a danno di molti insegnanti che hanno dovuto subire subdole mortificazioni del tipo: “O mangi questa minestra, oppure ti butti dalla finestra”. E non parliamo poi della Mobilità. Qui si entra in una selva in cui è difficile districarsi, ma per Lei e per il governo, tutto questo è “ Buona Scuola”.

Ossequi               

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