Filippo Gazzaneo
Per quella generazione di Comunisti, quella di Cesare appunto, e di tanti altri, per fortuna sono stati numerosi, qui a Senise – ma anche in tutto il Sud, credo – il comunismo era soprattutto uno stile pedagogico.

Certo contava la coscienza di classe, che poi qui in Basilicata era soprattutto la condizione di braccianti non ancora emancipati, contava il mito sovietico, addavenì baffone…, contava bandiera rossa… alla riscossa…contava l’Unità la domenica, contava l’impegno nel Consiglio Comunale, contava il tesseramento, contava la Festa de l’Unità.
Ma essere Comunisti indicava il rigore del Partito, la commissione elettorale che ti radiografava fino alla settima generazione prima di candidarti, il rito democratico della sezione, l’onestà fino all’osso, l’antifamilismo, il rispetto teologico delle regole di giustizia.

Quella generazione ha condotto, non da sola, insieme soprattutto ai gemelli-coltelli democristiani, questa comunità dalla povertà epidermica del dopoguerra, al benessere diffuso degli anni settanta, ha consentito ai bambini che d’estate gironzolavano nudi come vermi, e magari aspettavano un temporale estivo per insaponarsi e sciacquarsi, che pisciavano – ed altro – nel fosso di Spaccone, a vestirsi 20 anni dopo con Levi’s e specchiarsi nelle Rayban, e ad avere casa e servizi dignitosi in tutte le abitazioni costruite nei Giardini o nella Ravenna, certo qualcuno ancora storce il naso per un’estetica mancata, un’urbanistica approssimativa, ma questo paese, Senise, dico, con loro, con Cesare, con Pietro, e con tanti come loro, è uscito dalla miseria, i braccianti sono scesi da “u ra’vt”, e si sono rialzati dalla sottomissione, e ha cominciato a masticare modernità e benessere.

Eppoi, questi comunisti Cesare, Pietro, li si chiamava e li conosceva per nome, non serviva il cognome, né il soprannome, né tantomeno la professione o il mestiere.
Bastava dire: “Cesare”, oppure, più semplicemente “compagno”.
Buona traversata compagno Cesare.