Sesso e sport (Cap. 9°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Giovanni Gazzaneo

Con telefonate a ogni ora e assillanti richieste di appuntamenti, ebbe inizio una corte serrata da parte di Cogliuto.

Iride, pur lusingata, seppe cortesemente rifiutare. Anche perché il suo Oronzo, subodorando l’intrigo, s’era messo a fare il geloso.

– Io, con un elemento simile? Ma non farmi ridere, dài!… Neanche morta, guarda… Così esibizionista e accentratore! Sta fresco, sì, sta proprio fresco se spera di potermi portar fuori! – ripeteva rassicurante al fidanzato.

Ma questo non si rassicurava per niente, anzi: più le sentiva fare quei discorsi più gli pareva di vagare, scalzo e bendato, per un postaccio cosparso di cocci taglienti.

Diede allora un’acceleratina ai tempi, annunciando di aver sostenuto un altro esame e di essere in vista della prova finale alla quale, come spesso ribadito, non avrebbe voluto nessuno, nemmeno la madre, per scaramanzia.

Inoltre decise, da quel momento, di perseguire un altro obbiettivo: mettere incinta la ragazza. Una volta entrato di diritto nella famiglia il più era fatto. Per la carriera di medico? Beh, avrebbe inventato qualcosa come una malattia di nervi. Ecco, sì, al momento opportuno avrebbe simulato un bell’esaurimento, lasciando passare mesi o anni tra alti e bassi, con ricorrenti vuoti di memoria e qualche stramberia, tipo mutismi o euforie senza ragione, sparizioni da casa per giornate intere, qualche urlo lanciato in piena notte. Sino a quando moglie e suoceri non si fossero messi l’anima in pace, rassegnandosi a mantenerlo, infelice dottore mancato, vita natural durante.

Le sue prestazioni sessuali subirono un’impennata da lasciare esterrefatta Iride che però, a sua insaputa, prendeva la pillola.

Appena mangiato Oronzo si accendeva la sigaretta e:

– Noi usciamo – diceva ai Bergonzoni. – Prendeva la fidanzata per mano e la portava nella “dependance” dell’ospedale.

– Quello si sbatte nostra figlia e tu… come se niente fosse? – disse una sera il cavaliere alla moglie.

– E non essere volgare! Come si capisce subito qual’è la tua “estradizione” sociale!

– Sì, sì, parla difficile. Intanto lui…

– E se anche fosse? Tu cos’hai fatto con me, hai aspettato la prima notte?

– Ma io non ero un balordo… e avevo una sistemazione. Se quello la mette incinta, non vorrei mica mantenerlo io, il “dottore”!

– Si laurea fra tre mesi. E Oronzo è una persona seria, mica un balordo: e quando dice una cosa…

– Sarà…

– Oh, basta con questi “mah” e “sarà”. Anche se ti è antipatico (perché l’ho bell’e imparato che ti sta antipatico!), quel ragazzo piace a Iride e pure a me, e tanto basta!

– E sposatevelo tutt’e due, allora!

– Spiritoso! Voglio vedere se continuerai a parlare così quando avrai bisogno di lui per il mal di fegato.

– Piuttosto chiamo il veterinario del macello comunale, guarda!

– Per forza: sei sempre stato un asino!… Meglio che vada, non ti sopporto a sentirti parlare così.

– Quest’asino – l’afferrò per un braccio il cavaliere senza alzare la voce – vi fa vivere tra servitori, macchine e pellicce. Ricordatelo e fallo presente ogni tanto alla “bambina”.

– “Trogoldito”! – urlò la signora adoperando una parola difficile appresa di fresco dalla figlia e si ritirò sbattendo la porta.

Intanto per Quartulli l’esistenza si faceva sempre più dura: costretto da Iride a prendere lezioni di tennis e di equitazione, gli venivano le battarelle ogni volta che preparava la sacca delle racchette. Per non parlare di quando si doveva bardare da cavallerizzo. E il giorno in cui la ragazza scherzò: – Se non mi accompagni tu, a chi devo chiederlo, a Cogliuto? – , maledì alla morte il ferale istante in cui le aveva presentato quel narratore di frottole.

Sopportò stoicamente le partite durante le quali, più che giocare, gli toccava fare da raccattapalle sui saettanti “dritti” e “rovesci” che la fidanzata gli infilava impietosa rasenti i lungolinea. I cavalli, verso i quali aveva sempre nutrito una benevola, anche se distaccata simpatia, gli vennero ferocemente in odio: era irrimediabilmente negato e quando l’animale andava al trotto nessuna differenza esisteva tra di lui e un sacco di patate.

Intanto il dottor Cogliuto, assatanato dallo scandinavo personale di Iride, non demordeva.

La ragazza, anche dietro consiglio di mamma, persistette nei rifiuti e disse di no la prima settimana e la seconda. Poi cominciò a tentennare, andò a finire che ci fece un pensierino e, approfittando di una domenica in cui il fidanzato s’era recato a Granarolo, accettò l’invito.

Lo spasimante fu splendido. Fattosi precedere da uno spropositato mazzo di rose scarlatte, passò a prelevarla con la “spider” e la condusse Milano Marittima sul filo dei centoquaranta.

Per la cena al lume di candela scelse il più elegante locale della città balneare. Narrò (questa, l’altra volta, l’aveva taciuta) di aver fatto il paracadutista, né tralasciò di impressionare Iride con la storia dell’amico fraterno sfracellatosi al suolo da tremila metri.

La cena si concluse con una bottiglia di champagne causa la quale Cogliuto ebbe un’animata discussione col cameriere per via della marca, che non era la sua preferita. Lasciata, comunque, una mancia strabiliante, condusse la propria dama a fare una corsetta in macchina sul bagnasciuga. E sulla spiaggia diede il via alla seconda parte del programma.

La ragazza si lasciò palpeggiare entro castigati limiti, permettendogli a malapena di baciarla sulle labbra e senza contraccambiare con un abbraccetto, tantomeno una puntina di lingua. E mentre Cogliuto ansimava e sudava, lei, ricordandogli di essere ufficialmente promessa a un altro, teneva le gambe ben strette.

– Mi piaci! Sapessi quannto ho aspettato questo momento!

– No, per favore… sta buono! Ah, se lo sapevo che si metteva così… Dài, andiamo via.

– Ancora un po’, restiamo… ancora un po’…

– Ho detto di no! E tira via la mano: non posso fare un torto a Oronzo.

– E chi se ne frega, di Oronzo? – borbottò Cogliuto continuando a farsi strada come poteva, con le mani e la bocca, tutto raggomitolato e incastrato fra cruscotto, leva del cambio e ginocchia della ragazza.

– Non dire così! Si tratta del mio fidanzato! – si irrigidì Iride. – E poi… e poi, se vuoi che sia sincera… non è mia abitudine fare certe cose con un uomo la prima volta che si esce assieme.

– Allora… ci vediamo ancora?

– Si vedrà: intanto accompagnami a casa, ché s’è fatto tardi.

Cogliuto tentò con l’ultima carta: scese dall’auto e, dopo essersi rimpannucciata la camicia e abbottonati i calzoni, si avviò lungo la riva con aria afflitta sotto il chiaro di luna. Considerato però che Iride, insensibile allo spettacolo del mare argentato e al suono della risacca, pensava a rifarsi il trucco invece che corrergli appresso come sperava, risalì in macchina, mise rabbiosamente in moto e imboccò la strada del ritorno, anche stavolta correndo come un pazzo.

Giovanni Gazzaneo

Iride non era tipo da lasciarsi coinvolgere da fuoriserie, locali esclusivi, champagne e racconti di avventure acrobatiche: era avvezza a ben altro, lei. Però, quel Cogliuto, anche se aveva qualche lustro più del suo Oronzo, proprio da buttare non era e (senza necessariamente accantonare l’idea del progettato matrimonio) poteva andare bene come… come riserva. Non si sa mai nella vita. E poi, a Iride l’animale uomo piaceva, che ci poteva fare?

Gli incontri col suo corteggiatore continuarono, sempre durante le assenze del fidanzato, e un paio di occasioni ancora Cogliuto andò in bianco. Finché, alla quarta o alla quinta uscita, Iride ritenne giunto il momento di non fare più la ritrosa: da quel momento i due divennero clienti fissi dell’hotel Corona di Ferrara dove, lasciato il ristorante, presero l’abitudine di farsi servire il digestivo direttamente in camera.

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