Smascherato! (Cap. 14°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Bergonzoni si avvicinò circospetto alla tavola appena apparecchiata. Infilò due copie del certificato nelle rispettive buste, ne mise una sotto il piatto della moglie, l’altra sotto quello della figlia e, dopo essersi assicurato che non si notasse nulla a prima vista, si piazzò lì come un mastino.

Giovanni Gazzaneo

La prima ad arrivare fu la signora Elsa. Quando entrò, il marito era a capotavola.

– Oh, eccoti, finalmente! E allora? L’hai concluso quell’affare che non ci dormivi nemmeno la notte?

L’altro ridacchiò:

– Concluso, concluso…

– E si può sapere?…

– Un po’ di pazienza ancora, voglio che ci siamo tutti: famiglia al completo, dottore compreso. Non fa parte pure lui della famiglia, ormai?

– Dev’essere stato veramente un affare importante allora…

– Un affare importante? Diciamo pure un colpo grosso, mia cara! Vedrai, vedrai, se non ci cambierà la vita!

La donna insistette perché il marito le anticipasse almeno qualcosina, ma lui aggrottò le ciglia e ribadì:

– Niente da fare!

Giunsero finalmente, allegrotti, freschi di doccia, di deodorante e belli abbronzati, Iride e il fidanzato. Salutarono e presero posto.

Giovanni Gazzaneo

– Tuo padre deve dirci qualcosa d’importante – annunciò alla figlia la signora Elsa che ormai era lì che fremeva. – E’ tutto il giorno che fa il misterioso! – E al marito: – Dài! Vuoi proprio vederci morire dalla curiosità?

– E va bene, va bene… è arrivato il momento: guardate sotto il piatto, c’è una sorpresa.

Le donne fecero come suggerito e trovarono le buste. Anche Quartulli sollevò il piatto, ma non trovò nulla.

– Per te – gli fece torvo il cavaliere – non ce n’è bisogno, tanto lo capirai tra poco, di che si tratta.

Il tono con cui era stata pronunciata la frase fece rivoltare le viscere al giovane che però riuscì a mantenere la calma e ad abbozzare un sorrisetto nei confronti di suocera e fidanzata, eccitatissime da quella specie di gioco di società. Ripose il piatto e si accinse, alquanto impensierito, ad aspettare l’evolversi della faccenda.

Madre e figlia apersero le buste, ne estrassero i fogli e presero a leggerli. Nel silenzio che si era venuto a creare Oronzo guardava le donne, Bergonzoni guardava Oronzo.

Non erano trascorsi trenta secondi, quando dalla parte di Iride partì all’improvviso un acuto da soprano che fece sobbalzare il quasi ignaro Quartulli e la signora Elsa, ancora alle prese con l’intestazione del foglio.

– Che succede, Vergine santissima? – esclamò la signora. – Dio mio… Iride! Irideee!… Gildo! Iride sta male, fa qualcosa, presto… chiama il dottore!

– Mo no, che non è niente… adesso le passa. E poi, che bisogno c’è di chiamare il dottore quando ne abbiamo uno fresco fresco a portata di mano? – E squadrò Quartulli che, fingendo una certa indifferenza, guardò altrove.

La ragazza intanto continuava a dare in escandescenze, senza riuscire a pronunciare frasi comprensibili. Il fidanzato si alzò e, non sapendo che dire e che fare, ritenne doveroso dirigersi verso di lei.

– Non toccarmi! – si sbloccò Iride digrignando i denti e afferrando il coltello a mo’ di pugnale. – Sta lontano… stammi lontano, sai? Non fare un altro passo perché non rispondo di me stessa!

– Non… non capisco… – fece debolmente Oronzo, mentre con la coda dell’occhio cercava di decifrare qualcosa su quel pezzo di carta che tremolava nelle mani della ragazza.

– Capiscoiooo! – si spolmonò con le vene del collo grosse quanto un dito, Iride. – Capisco io… sì!… Ah, scema… scema che sono stata!… Portatemelo via! Viaaa! – E, scaraventato per terra il coltello, proruppe in un pianto rabbioso.

Quartulli, sbirciando, era riuscito a leggere “Università degli Studi di Bologna” e nient’altro, ma gli bastò per nutrire forti sospetti sul contenuto del foglio. Retrocesse di qualche passo e rimase come inebetito, senza sapersi decidere se tenere le mani in tasca o dietro la schiena, se rimanere in piedi o sedersi.

Il cavaliere non faceva che squadrarlo da capo a piedi con aria mista di trionfo e di presa in giro. La signora Elsa continuava a non comprendere un accidente, perché il can can scatenato dalla figlia non gliene aveva dato il tempo, e continuava a guardarsi attorno, imbambolata. Iride si alzò e, sempre singhiozzando, corse a chiudersi in camera sua. La mamma rimase per un momento indecisa se seguirla o restare, poi optò per la seconda soluzione.

– “Si certifica” – riprese a leggere – “che il signor Quartulli Oronzo, nato a Granarolo (Bologna) il 7 aprile 1938, residente a Granarolo (Bologna), risulta iscritto al terzo anno fuori corso della facoltà di Medicina e Chirurgia presso questa Università e che ha sostenuto a tutt’oggi i seguenti esami: Fisica, 19 ottobre 1964, dodici trentesimi… Fisica, 3 giugno 1965, venti trentesimi… Biologia e Zoologia Generale, 3 luglio 1966, diciotto…”

In quel momento la donna sollevò lo sguardo a cercare Quartulli, ma questi era scomparso dalla stanza. Allora guardò il marito.

– Beh? Chi è che aveva ragione? – questi le disse.

– Ma se non mi lasci leggere, che vuoi che capisca del manicomio che sta succedendo in questa casa! – E riprese: – “Isto…istolo…”

– Lascia stare, dài, ché qua facciamo notte! Te lo dico io che succede. Succede che il tuo amatissimo genero (guai a chi te lo toccava, vero?), quel grandissimo disgraziato… quel… quel figlio d’un… d’un…, beh, lasciamo stare i morti!, non è medico nemmeno col canocchiale. E su quel foglio dell’università fresco di stamattina sta scritto che ha fatto sinora solo sei esami. Gliene mancano ventuno, mi sono informato… Di questo passo diventerà dottore fra una trentina d’anni, sempre se non gli viene l’affanno! Ti basta, signora gallinaccia impagliata?

La signora Elsa rimase dapprima ammutolita. Poi stralunò gli occhi e, serrate le mani, cominciò ad agitare freneticamente le braccia sbattendo i piedi sul pavimento. Dopo un buon minuto di quella ginnastica, lanciando anch’essa un urlo, si precipitò verso la camera della figlia.

Il cavaliere si versò mezzo bicchiere di rosso, l’osservò controluce e, dopo averlo annusato a occhi socchiusi, ne assaporò un sorsetto. Infine:

– Giovannina! – chiamò. – La cena!

– Per lei solo, cavaliere?

– Sì, per me solo. E sbrigati, ché m’è venuta una fame della madonna!

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