Leonardo Pinto
Il caso Youssef Siher svela la deriva del dibattito pubblico: tra delegittimazione della magistratura e strumentalizzazione politica della sicurezza.
La vicenda giudiziaria e politica legata all’arresto e alla successiva scarcerazione di Youssef Siher è la conferma di una deriva istituzionale preoccupante, in cui la propaganda di parte prevale sul rispetto delle regole dello Stato di diritto.
*La vicenda giudiziaria:* le accuse della Procura e la decisione della GIP
In prima battuta, i PM Marcello Viola e Francesca Crupi hanno disposto il fermo di Siher contestando i reati di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e violenza organizzata in occasione delle manifestazioni, sostenendo l’esistenza di un disegno eversivo e il pericolo di fuga.
Il fermo, tuttavia, non è stato convalidato dalla Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, Tiziana Landoni. Con un’articolata ordinanza di 37 pagine, la GIP ne ha disposto l’immediata liberazione, escludendo sia la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per le accuse più gravi, sia il concreto pericolo di fuga. Nel merito, la giudice ha riqualificato i messaggi diffusi sui canali social dall’indagato come manifestazioni di protesta e disobbedienza civile, e non come condotte di istigazione alla violenza o al terrorismo. *Se la Procura non condivide ha gli strumenti per far valere le proprie ragioni.*
*Le reazioni della politica: una spaccatura che ignora la Costituzione*
Subito dopo la scarcerazione, la politica si è spaccata secondo le consuete logiche di schieramento:
🔹 I leader dell’opposizione (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli) hanno accolto favorevolmente la decisione del Tribunale di Milano, definendo il fermo della Procura come una “forzatura giuridica” e un tentativo di criminalizzare la protesta politica.
🔹 I vertici dell’esecutivo, di contro, hanno attaccato duramente il provvedimento del giudice:
• Giorgia Meloni ha parlato di una «decisione vergognosa, incomprensibile e assurda», definendola una «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Ministero dell’Interno».
• Matteo Salvini ha giudicato la scelta «incredibile e inaccettabile», sostenendo che essa ignori la gravità dei reati ipotizzati dai PM.
• Antonio Tajani ha affermato che il provvedimento mette «in pericolo la sicurezza del Paese» e demotiva il lavoro delle forze dell’ordine.

Dinanzi a tali esternazioni, è intervenuta una nota congiunta del Presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, e della Presidente della Sezione GIP, Vincenza Maccora. I vertici della magistratura milanese hanno definito le dichiarazioni di alcuni esponenti politici “irricevibili”, evidenziando come esse dimostrino una “scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici su cui si fonda uno Stato di diritto”.
*La separazione dei poteri (Art. 101 e 104 Cost.) e il ruolo del GIP*
L’Articolo 104 della Costituzione stabilisce che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, mentre l’Articolo 101 recita: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.
Se in una democrazia la critica politica ai provvedimenti giudiziari è del tutto legittima, travalicare nell’attacco ad personam o nella delegittimazione dell’organo giudicante o requirente mina il rispetto istituzionale e l’indipendenza della giurisdizione. Nel nostro sistema processuale, il Pubblico Ministero e il Giudice delle Indagini Preliminari, non sottoposti al potere politico, svolgono ruoli distinti: il GIP non è un “oppositore” dell’accusa, ma un terzo garante chiamato a verificare che la privazione della libertà personale -bene supremo tutelato dall’Art. 13 della Costituzione- avvenga solo in presenza dei rigorosi presupposti previsti dalla legge.
*I punti critici senza risposta*
Al di là dello scontro istituzionale, la vicenda lascia aperti interrogativi di fondo che la politica sembra voler ignorare:
La complessità del giudizio: Redigere 37 pagine di motivazione in meno di 48 ore è un lavoro tecnico rigoroso, che richiede l’analisi puntuale degli atti e non può essere liquidato con slogan sommari.
L’efficacia reale della propaganda: Dagli atti emersi, le pubblicazioni social dell’indagato non risultano aver avuto un’efficacia causale diretta sulle violenze e sugli scontri di piazza già organizzati nei giorni precedenti.
I nodi dell’ordine pubblico: Resta difficile comprendere come manifestanti con il volto coperto – condotta vietata e severamente punita dalle leggi sulla pubblica sicurezza – abbiano potuto confluire indisturbati nei cortei poi sfociati in guerriglia urbana.
*Dalla propaganda alla crisi di rappresentanza*
Invece di affrontare questi nodi con senso di responsabilità – analizzando la natura delle tensioni sociali e l’efficacia dei sistemi di prevenzione e gestione dell’ordine pubblico – , le forze di maggioranza e di opposizione sembrano preferire la contrapposizione elettorale permanente.
La sicurezza dei cittadini e la tutela delle garanzie costituzionali dovrebbero rappresentare un terreno di confronto unitario e maturo. Al contrario, l’offerta politica attuale appare concentrata sull’uso strumentale delle vicende giudiziarie per alimentare il proprio consenso.
*CONCLUSIONE*
Quale messaggio giunge ai cittadini di fronte a uno spettacolo istituzionale che preferisce la polemica alla sostanza dei problemi? Continuare a trasformare lo Stato di diritto in un’arena di scontro politico non fa che allontanare le persone dalle urne e incrementare l’astensionismo.
A fronte di una politica incapace di analizzare e governare la complessità, l’unica risposta concreta resta la mobilitazione di quella società civile consapevole – fatta di cittadini, lavoratori e contribuenti – che continua a credere nelle regole, nel rispetto delle istituzioni e nei valori fondanti della Costituzione.
*I politici gettonisti ignorano che esiste una “maggioranza silenziosa” che fa la differenza.*

